Uscendo dalla galleria, il treno si bagnò di tenera luce solare. Dopo una giornata di pioggia, l'aria era rimasta effervescente, ma delle vigorose pennellate di azzurro donavano nuova speranza al mio pomeriggio.
Bisognava vedere il cielo sereno di Bruxelles per apprezzare la paciosa serenità delle nuvole di Magritte, pensai, come se qualcuno mi potesse ascoltare.
Viaggiavo sulla linea 6 della metropolitana, da Heysel verso Gare du Nord. Mentre sfrecciavamo piano tra le periferie, guardavo le case di mattoni bruni e i loro candidi abbaini, immaginando la vita di chi aveva la fortuna di abitarvici.
La mia, di casa, era lontana. Giù, in Italia, a Napoli.
A volte mi manca molto - di notte, soprattutto, quando sono solo (è ovvio). Oppure quando, dopo l'ennesimo falafel, avrei soltanto voglia di chiamare mia madre e chiederle di cucinare per me.
Altre volte, invece, mi sento ben impiantato qui, nel tessuto umano della città. Quando bevo birra nelle brasserie e dopo, preda della chimica, mi infilo in un fast food pieno di arabi o altri randagi notturno e mi sbafo un paio di carton-burger col bacon, mi sento figlio della grande città, di un'Europa che somiglia sempre più all'America ma che non perde un briciolo del suo fascino di grande madre della Civiltà.
Quando poi mi manca Napoli, come un turista mi imbuco in un pub a Platterseen e ordino una zuppa di cozze (che qui cuociono in un succulento brodo vegetale di sedano, carote e cipolla). Oppure, la domenica mattina, sbuco da Lemmonier al mercato di Gare Du Midi, caotico e speziato come tutti i mercati del mondo, per assorbire il colore e il calore del sud del mondo.
Anche oggi pomeriggio ho avuto un attacco di appucundria.
Poi, sgusciando fuori dal treno a Gare du Midi, una ninfa dai capelli ambrati come birra d'abbazia, il nasino gentile e gli occhi blu - blu! blue come pietre preziose! - mi ha sorriso.
E allora viva Bruxelles, viva il Belgio, viva le giovani ninfe viaggiatrici!
martedì 20 agosto 2013
Jazz
Coltrane l'ha pensata, Miles Davis l'ha suonata ed io, che l'ho amata fino agli spasmi, l'ho resa lo standard su cui continuo a improvvisare quasi ogni giorno.
Si chiamava -anzi, si chiama, perché da qualche parte di sicuro suona ancora per qualcuno - Delia. Delia Dagli Occhi Di Tempesta e i Capelli Di Miele e D'Autunno, precisamente.
L'ho conosciuta nel luglio di quattro anni fa (quattro anni fa? Sì? Sì).Piaceva a Long Joe, il mio migliore amico. Mi sembrava simpatica, ma niente di più: una bella ragazza, ma troppo diversa da ciò che pensavo potesse assomigliarmi.
Poi Long Joe fu silurato, e Delia cominciò a suonare nella mia testa.
Come tutti i grandi pezzi - So what di Miles Davis, In a sentimental mood di Coltrane, Unsquare dance di Brubeck - partì piano, soffusamente.
Poi esplose. In un bacio e caldo e lunghissimo, tutto ritmo e buon sapore.
Tum-tum-cha-tumchà-tumchà.
La batteria di Buddy Rich, il sax di Maceo Parker, il basso di Charles Mingus: Delia era tutto questo, ed anche di più.
Baciarla era come ingoiare una galassia effervescente; nel sancta sanctorum delle nostre bocche, la sua lingua danzava attorno alla mia come un'indemoniata Salomè.
Eravamo a pochi giorni da Natale, e sebbene io quel periodo lo associo naturalmente alle soffici ballate di Ella, Delia riuscì a trasformare il candido scorrere delle vigilie in un infuocato be-bop à la Charlie Paker (now's the time!).
Che donna, Delia ...
Ghiaccio bollente!
Blu elettrico!
Quando tra noi finì, ci rimasi ovviamente di merda.
"Non me lo merito", pensai prima.
"Non me la meritavo", pensai dopo, guardando indietro a quello che mi era capitato.
Ora non so dove sia e con chi sia e perché ci sia, ma quando guardo indietro, e vedo lei, in un angolo della mia testa un be-bop comincia a suonare, e non mi va' mai di farlo smettere.
Si chiamava -anzi, si chiama, perché da qualche parte di sicuro suona ancora per qualcuno - Delia. Delia Dagli Occhi Di Tempesta e i Capelli Di Miele e D'Autunno, precisamente.
L'ho conosciuta nel luglio di quattro anni fa (quattro anni fa? Sì? Sì).Piaceva a Long Joe, il mio migliore amico. Mi sembrava simpatica, ma niente di più: una bella ragazza, ma troppo diversa da ciò che pensavo potesse assomigliarmi.
Poi Long Joe fu silurato, e Delia cominciò a suonare nella mia testa.
Come tutti i grandi pezzi - So what di Miles Davis, In a sentimental mood di Coltrane, Unsquare dance di Brubeck - partì piano, soffusamente.Poi esplose. In un bacio e caldo e lunghissimo, tutto ritmo e buon sapore.
Tum-tum-cha-tumchà-tumchà.
La batteria di Buddy Rich, il sax di Maceo Parker, il basso di Charles Mingus: Delia era tutto questo, ed anche di più.
Baciarla era come ingoiare una galassia effervescente; nel sancta sanctorum delle nostre bocche, la sua lingua danzava attorno alla mia come un'indemoniata Salomè.
Eravamo a pochi giorni da Natale, e sebbene io quel periodo lo associo naturalmente alle soffici ballate di Ella, Delia riuscì a trasformare il candido scorrere delle vigilie in un infuocato be-bop à la Charlie Paker (now's the time!).
Che donna, Delia ...
Ghiaccio bollente!
Blu elettrico!
Quando tra noi finì, ci rimasi ovviamente di merda.
"Non me lo merito", pensai prima.
"Non me la meritavo", pensai dopo, guardando indietro a quello che mi era capitato.
Ora non so dove sia e con chi sia e perché ci sia, ma quando guardo indietro, e vedo lei, in un angolo della mia testa un be-bop comincia a suonare, e non mi va' mai di farlo smettere.
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