martedì 20 agosto 2013

Jazz

Coltrane l'ha pensata, Miles Davis l'ha suonata ed io, che l'ho amata fino agli spasmi, l'ho resa lo standard su cui continuo a improvvisare quasi ogni giorno.
Si chiamava -anzi, si chiama, perché da qualche parte di sicuro suona ancora per qualcuno - Delia. Delia Dagli Occhi Di Tempesta e i Capelli Di Miele e D'Autunno, precisamente.
L'ho conosciuta nel luglio di quattro anni fa (quattro anni fa? Sì? Sì).Piaceva a Long Joe, il mio migliore amico. Mi sembrava simpatica, ma niente di più: una bella ragazza, ma troppo diversa da ciò che pensavo potesse assomigliarmi.

Poi Long Joe fu silurato, e Delia cominciò a suonare nella mia testa.

Come tutti i grandi pezzi - So what di Miles Davis, In a sentimental mood di Coltrane, Unsquare dance di Brubeck - partì piano, soffusamente.
Poi esplose. In un bacio e caldo e lunghissimo, tutto ritmo e buon sapore.

Tum-tum-cha-tumchà-tumchà.

La batteria di Buddy Rich, il sax di Maceo Parker, il basso di Charles Mingus: Delia era tutto questo, ed anche di più.
Baciarla era come ingoiare una galassia effervescente; nel sancta sanctorum delle nostre bocche, la sua lingua danzava attorno alla mia come un'indemoniata Salomè.
Eravamo a pochi giorni da Natale, e sebbene io quel periodo lo associo naturalmente alle soffici ballate di Ella, Delia riuscì a trasformare il candido scorrere delle vigilie in un infuocato be-bop à la Charlie Paker (now's the time!).

Che donna, Delia ...
Ghiaccio bollente!
Blu elettrico!

Quando tra noi finì, ci rimasi ovviamente di merda.
"Non me lo merito", pensai prima.
"Non me la meritavo", pensai dopo, guardando indietro a quello che mi era capitato.

Ora non so dove sia e con chi sia e perché ci sia, ma quando guardo indietro, e vedo lei, in un angolo della mia testa un be-bop comincia a suonare, e non mi va' mai di farlo smettere.

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