lunedì 18 agosto 2014

Trippone - frammenti.

Fiumicino, un enorme cancello sulle porte del mondo. Al T1, sotto la patina sterile e glaciale di decine di faretti bianchi, passare la notte a trovare la posizione ideale su sedie spigolose come un'emicrania.
Arrivare al check-in per primi, trovare un amico inaspettato, ricominciare la danza scalena per trovare la posizione.
Finalmente si parte. Lo steward uguale a Harold Ramis. "Benvenuti all'aeroporto di Bruxelles Zavendet".
Si torna a casa.

Visivamente, la gioia più grande a Bruxelles è sbucare nella Grand Place, o intravederne uno spicchio dai vicoli.
La intuisci, intuisci le guglie o il torrione della Maison de La Ville, e istintivamente ti avvicini. Quando ci sbuchi dentro, e si schiude ai tuoi occhi come la più mirabolante delle arene, gli occhi esultano. Il trionfo di quelle architetture fittissime nella luce di un giorno di sole è qualcosa che non stanca mai.

Ho un ricordo che serberò per sempre: noi seduti col culo per terra alla Grand Place, ai piedi della Maison de la Ville, la cui torre elegantemente illuminata si staglia immobile contro il cielo di inchiostro spesso come fosse stampata.
Voglio vivere in questa città, questo posto è casa mia.

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Lisbona è un unicum architettonico. Si vorrebbe fotografare ogni palazzo, ogni insegna, ogni tram gonfio di turisti che passa. E poi il caos, le strade che s'inseguono lungo i saliscendi e verso il mare, la bellezza scrostata: si sente che siamo a Sud; si sente il sangue caldo, la diffidenze, il cibo buono, il degrado.

Cattedrale di Sè Patriarcal. Un gotico maschio, muscoloso, essenziale.
Lì dove il gotico di Bruxelles è un fiorire verticale di guglie, statue, simboli e arzigogoli; e il gotico della chiesa di San Patrizio è un'elegante sinfonia ascensionale, Sè Patriarcal è una fortezza della Fede, una rocciosa testimonianza della durezza della vita terrena.

Il caffè ...
"Nicola", a Praça Pedro IV, è il migliore. Un espresso più buono di molti bevuti in Italia. Caffè e pastela sono la nostra colazione standard.
" 'A Brasileira ", invece, è un tempio (più piccolo di quanto pensassi), dove si spende pochissimo e si mangiano dolci sopraffini.
Al ristorante "Joao do Grao", invece, ho mangiato uno dei piatti più buoni e particolari della mia vita: la carne di porco alla Alentejana. Dei pezzetti di succosa carne di maiale immersi in un sugho di vino rosso e serviti su un letto di vongole.
Al Bairro Alto beviamo caipirinha a prezzi bassissimi, in un rincorrersi di salite e discese che sanno di Messico, e in bar tutti particolarissimi.

Il Monastero dei Jeronimos, che meraviglia!
Le volte sono percorse da linea che ricordano le ossa della mano. Ho visto molti edifici gotici, ma pochissimi mi sono sembrati altrettanto eleganti, luminosi, lirici.

C'è una statua in tutte le chiese di Lisbona che da noi non ho mai visto.
E' un Cristo in tunica viola, inginocchiato, con la croce sulle spalle. Una scena della via Crucis, che mi ricorda quanto il culto della Passione sia il perno di tutto il cattolicesimo sudeuropeo, uno dei grandi trait d'union tra noi e loro.

Lasciare Lisbona di notte.
Il tassista è la copia sputata di Morrissey. Il fatto che parli un ottimo inglese mi fa pensare che possa effettivamente essere lui.
Nel lettore cd, Time dei Pink Floyd è la colonna sonora perfetta per il nostro ultimo viaggio. Vuota e immobile, Lisbona di notte sembra un quadro di De Chirico.I semafori di Rua Augusta brillano in fila come smeraldi tra le dita lunghe della città. Lisbona è uno scheletro vuoto, ma uno scheletro di straordinaria bellezza.

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Hala Madrid!

Guernica di Picasso è un quadro dinamico, di quelli che si fa fatica a pensare che sia solo un'immagine immobile.
Guernica urla, è un eterno disordine. A fissarlo si avvertono nitide e violente le grida di strazio, l'esplosione delle bombe, la liquidità del caos.

Il viaggio, inconsciamente, comincia a diventare la mia condizione di vita. Stanotte ho sognato di salutare mamma e papà nel bel mezzo del Trippone, e di avere poco tempo per stare con loro perché sarei dovuto ripartire verso un'altra città.
Non vedo l'ora di tornare. Questo viaggio, come prevedibile, negli ultimi giorni, fa sentire tutto il suo peso.

Il Santiago Bernabeu è una cattedrale, la Notre Dame del calcio.
Guardare il campo dall'ultimo anello è come affacciarsi sul Grand Canyon: il fiato ti si ferma in petto, hai l'impressione di trovarti davanti a una delle grandi meraviglie del Mondo.

El Prado...semplicemente il più bel museo che abbia mai visto (finora).


martedì 8 luglio 2014

Istanbul - appunti di viaggio

Aya Sophia: un valzer di lampadari.
Respirare quell'aria di marmo, di un luogo che ha qualcosa di primitivo, protocristiano. Un tempio che potrebbe trovarsi a Gerusalemme; crocevia di sultani e imperatori, figli spuri dello stesso Dio.

Gezi Park: quante bugie!
La televisione è il vero male del mondo, un caleidoscopio scaleno.
Bere un caffè, al Gezi, un dolce venticello che fa dondolare le foglie dei platani, un gatto grigio fumo con gli occhi verdi che si amabilmente i cazzi suoi.

çai, çai, çai a tutte le ore.
Ai piedi della Torre di Galata, sotto un vigneto, tra gli autoctoni e i turisti. Gli autoctoni li riconosci subito: hanno sempre una sigaretta tra le labbra e l'aria che gli si quaglia attorno alla bocca per colpa degli accendini. Fumano duro, catrame e cemento armato, benedetti turchi.

Che poi, devi vederla Istanbul al tramonto per capire cos'è. Devi prendere il traghetto delle 7 e mezzo per Kadikoy, nella giungla di ristornati la cui puzza di pesce fritto si impianta prepotentemente nelle narici.Se ti guardi intorno è già un altro mondo: la Moschea Nuova, la Torre di Galata, il Bosforo.
A proposito: quando salirai sui vapùr, e vedrai tutto staccarsi piano piano da te, capirai perché questa città sembra uno scrigno a cielo aperto.
Respira forte l'anima salmastra del Bosforo; incàntati a contare i minareti della Moschea Blu (sono 6, ricorda, 6. Nessun'altra moschea al mondo ha 6 minareti); lasciati ammaliare dal modo in cui Aya Sophia si mescola bene al sangue aranciorosso del sole morente.
Istanbul ha i tramonit più dolci e potenti del mondo.

Cammino per Sultanahmet e mi volto in continuazione a cercare la Moschea Blu, così come a Napoli cerco sempre con lo sguardo il Vesuvio. Per sicurezza, per senso di posizione e soprattutto per amore.

I turisti vengono qui e mischiano le poche parole turche che conoscono/hanno imparato ("grazie", "prego", "buongiorno") con un inglese universale e scolastico, da sopravvivenza.
Per questo i loro discorsi, spesso non più lunghi di 2-3 parole, suonano sconnessi e rattoppati.

(Ioc: "no" con frase al seguito.
Air: no!)

Cose turche:
i poliziotti giovanissimi;
le ragazze col velo e dal profumo buonissimo;
i cessi con la password;
guidare senza regole / le macchine che non ti fanno attraversare: ti dribblano!
L'acqua venduta per strada dalle bancarelle (le stesse che vendono anche il simiç);
l'idolatria di Ataturk;
le moschee a cupola;
i minareti che sembrano gigantesche matite rivolte al cielo;
la traversata del Bosforo, nel pullman o con la nave;
il casino di Kadikoy e Ortakoy, con i ristoranti che tentano di abbordarti.