domenica 27 settembre 2015

L'Immortale (2/3)


La presentazione fu una noia mortale. Del suo nuovo libro la Nazari non parlò mai: per metà del tempo, raccontò aneddoti del suo '68; per l'altra metà, pontificò sul degrado culturale dell'Italia, urlando a più riprese "dove sono finiti i giganti? Dove sono finiti quelli come noi?". Si udirono scrosci di applausi prolungati.
Seguì un buffet ricchissimo da cui Moretti non mangiò quasi niente. Vallesi, invece, mandava giù pasticcini a ritmi industriali.
- Ma tu non avevi il diabete?
- Ancora? Sono im-mor-ta-le! Posso mangiare tutti i dolci che voglio!
A Moretti venne ancora più voglia di morire. Non riusciva a sopportare l'idea di sentirsi un peso per una società per cui non lo era affatto. Lui voleva togliersi di mezzo, fare spazio a chi aveva qualcosa di urgente da dire, non essere condannato a un'eternità di santificazione e inoppugnabilità!
Per fortuna, quasi come se lo stesse ascoltando, il Dio della Giustizia mise sulla sua strada un assassino.


Se ne stava in disparte senza parlare con nessuno, in evidente disagio. Ogni tanto si avvicinava al buffet per prendere una tartina o un flûte di champagne, ma subito batteva in ritirata come se la cosa potesse produrre squilibri nella cosmetica del mondo. Allora, per non destare sospetti, faceva finta di aver ricevuto una telefonata ed estraeva il cellulare dalla giacca scozzese che indossava sopra a una t-shirt dei Simpson.
Moretti lo identificò subito: era un giovane scrittore. Uno che aveva una certa urgenza, ma le cui azioni restavano confinate inevitabilmente allo stato potenziale .Insomma, un assassino perfetto.
Il fatto che non provasse alcuna soggezione nei suoi confronti confermò la buona impressione che gli aveva fatto. Quando Moretti gli si avvicinò con una scusa stupida (“Sa’ dov’è il bagno?”), lui lo guardò come se fosse un uomo qualunque.
-          Non mi hai riconosciuto? – gli chiese.
-          Onestamente no – rispose il giovane.
-          Sono Pierpaolo Moretti, il poeta laureato.
-          Molto piacere, Achille Filosa.
-          Piacere, Achille. Ha mai sentito parlare di me?
-          Sì, certo, ma non conosco nessuna delle sue poesie. Mi stanno sul cazzo quelli che le leggono, perciò.
Moretti s’illuminò.
-          Ma come, non si è offeso? – si stupì lo scrittore.
-          Assolutamente no, giovanotto! Anzi, lei mi calza a pennello! Ho giusto giusto un lavoretto da affidarle: dovrebbe uccidermi.
-          E come, di grazia?
-          Rimpiazzandomi, detronizzandomi, soppiantandomi!
-          Cioè?
-          Lei ha scritto un libro, vero?
-          Sì, come fa a saperlo?
-          Glielo leggo in faccia. Quelli come noi sono tutti uguali, grossomodo.
-          Non è vero.
-          Invece sì, ma non è il momento di discuterne. Piuttosto, mi stia a sentire: io promuoverò il suo libro nell’ambiente, scriverò ottime recensioni, farò in modo di farla apparire nei più importanti programmi televisivi. Quando sarà in tv, lei dovrà far finta che io, Vallesi o la Nazari non siamo mai esistiti. Deve considerarci simulacri di un’epoca che, non avendo vissuto, non le interessa raccontare o mitizzare. Sono stato chiaro?
-          È un pensiero nobile e condivisibile, ma come faccio a parlare male di lei se divento il suo protegè?
-          Non faccia domande stupide, Achille! I figli uccidono quotidianamente i padri, gli amanti si accoltellano alle spalle ogni volta che sgusciano fuori dai letti, i ricchi sputano sulla classe operaia che li ha resi tali: è la natura umana! Crede di essere in grado di comportarsi da essere umano?
-          … credo di sì.
-          Bene, allora è deciso: lei sarà il mio assassino! Da domani comincia la sua nuova vita!
E così fu. Grazie al peso specifico di cui l’immortale Moretti godeva nel mondo immobile della cultura, Achille Filosa divenne in breve tempo una celebrità, e il suo libro – Inferni privati – un bestseller. Andava in televisione, ai convegni, nei teatri e pronunciava sentenze bellissime e spietate tipo:
-          Trovo stupida la nostalgia per epoche che non si è vissute.
oppure:
-          I film di Pasolini sono una rottura di palle.
o ancora:
-          Gli “anni di piombo” per me sono stati quelli delle medie.
Quando poi gli chiedevano del suo mentore, Pierpaolo Moretti, Filosa rispondeva con una supponenza che si faceva sempre più autentica di intervista in intervista. L’attenzione spasmodica che i media avevano nei suoi confronti si propagò in breve tempo a tutto quel sottobosco di giovani artisti che cercavano invano di liberarsi dei simulacri del passato a cui i loro coetanei in primis erano morbosamente attaccati. Lui, però, restava sempre il più ricercato, il più ambito, e questo aveva una ricaduta non indifferente sulla salute del Moretti, che si faceva più precaria ad ogni intervista o intervento televisivo.
Nel giro di pochi mesi si ridusse a un involucro vuoto, spogliato di ogni forza vitale e di ogni resistenza al dolore. Anche se sollevava pesi minimi si sentiva immediatamente affaticato, e non poteva uscire di casa perché la pioggia gli portava la febbre, il vento gli portava la febbre e il sole lo faceva sudare – e quindi gli portava la febbre.
Anche Vallesi se la passava male. A causa del diabete, avevano dovuto amputargli un piede. I costi delle cure lo costrinsero a licenziare Gianni,  che fu subito assunto dalla Nazari, a cui serviva un autista perché semi-paralizzata dall’artrite.


Dimenticati da tutti e delegittimati da chi fino ad allora li aveva adorati come Dei, gli intellettuali potevano finalmente morire in pace.

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