Nel momento in cui però Moretti mise per l’ennesima volta
il piede sul davanzale della finestra, si accorse dell’inutilità olistica e
scenografica del gesto che stava per compiere. A cosa serviva uccidersi se si
era già (quasi) morti? Sarebbe stato solo l’ennesima foglia morta che cadeva
dondolando al suolo in quel novembre di città, e non la rosa rossa
dell’intellighenzia strappata prematuramente alla vita alla tenera età di
ottantasette anni.
Assoldando qualcuno che lo uccidesse aveva perso il gusto
di morire, e per riappropriarsi dei suoi istinti suicidi non c’era che una
soluzione.
Con le ultime forze rimaste, si sedette di fronte alla
sua vecchia Lettera 22 e scrisse un lunghissimo pezzo di denuncia contro i
giovani autori che non avevano rispetto del passato, lamentando l’assenza di
figure di spessore e chiamando alle armi i compagni di lotta e di penna contro
questi odiosi parvenu.
Sfruttando le conoscenze maturate nel corso degli anni
con direttori di rete e di giornali, riuscì a far pubblicare il suo j’accuse come elzeviro nel più
importante quotidiano italiano. L’eco fu fragorosa. Gli intellettuali passati
(e passatisti) sgusciarono fuori dai loro sepolcri e invasero i punti di
raccolta delle opinioni comuni: televisioni, quotidiani, blog. Davanti a una
simile macchina accusatoria, Achille Filosa e i suoi emuli non seppero come
difendersi: avevano vissuto troppa poca gloria per invitare i vegliardi a ficcarsi
un dito nel culo e riaddormentarsi per sempre.
In poco tempo di loro si persero le tracce. Quando si
trattò di affrontare temi inevitabilmente attuali come le adozioni gay, la
bioetica e l’abuso di hashtag su Instagram, le opinioni più eminenti e
ricercate furono di nuovo quelle dei vari Moretti, Vallesi, Nazari; i quali, da
buoni intellettuali passati (e passatisti), cominciavano ogni frase con un
solerte “ai miei tempi …” e una citazione di Trotskij.
Le cose erano tornate come prima.
Primavera. Sui rami dei peschi sbocciano gemme rosee. Nei
cortili, i bambini s’insultano giocando a pallone.
Squilla il telefono di casa Moretti. Dall’altro capo
della linea c’è il suo caro amico, nonché compagno di
lotte negli anni '60, Elio Gabalo Vallesi.
-
Pierpà – gli dice – ma
lo sai che da quando pubblicasti quell’elzeviro mi sento molto meglio? Mi è
persino ricresciuto il piede che mi avevano amputato!
-
Mi fa piacere.
-
Io te l’avevo detto che quelli come noi sono
immortali. Anche se per un po’ avevo smesso di crederci. Sai, per colpa di quel
tuo Filosa …
-
Perdonami: è stato un errore di gioventù.
Vallesi scoppiò in una
fragorosa risata di gola.
-
E gli istinti suicidi
come vanno?
-
Oh, a quelli ormai non
ci penso più. Mi godo l’immortalità.
-
È quello che volevo
sentirti dire, amico mio. Buona giornata!
-
A te, amico mio.
Poco meno di un minuto dopo, il
poeta laureato Pierpaolo Moretti spalancò la finestra dello studio, salì sul
davanzale e si lanciò nel cortile.
I bambini che giocavano a
pallone lanciarono un urlo spaventato. Il corpo giaceva riverso a terra come
una svastica. Il portinaio accorse dalla guardiola e ordinò al figlio del
dottor Pazienza, del terzo piano, di chiamare il padre. Neanche il tempo di
scendere, che Moretti si era già rialzato.
-
Scusate per il
fastidio – disse, togliendosi la polvere dalla camicia – ormai ci ho fatto
l’abitudine.
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