domenica 27 settembre 2015

L'Immortale (3/3)

Nel momento in cui però Moretti mise per l’ennesima volta il piede sul davanzale della finestra, si accorse dell’inutilità olistica e scenografica del gesto che stava per compiere. A cosa serviva uccidersi se si era già (quasi) morti? Sarebbe stato solo l’ennesima foglia morta che cadeva dondolando al suolo in quel novembre di città, e non la rosa rossa dell’intellighenzia strappata prematuramente alla vita alla tenera età di ottantasette anni.
Assoldando qualcuno che lo uccidesse aveva perso il gusto di morire, e per riappropriarsi dei suoi istinti suicidi non c’era che una soluzione.


Con le ultime forze rimaste, si sedette di fronte alla sua vecchia Lettera 22 e scrisse un lunghissimo pezzo di denuncia contro i giovani autori che non avevano rispetto del passato, lamentando l’assenza di figure di spessore e chiamando alle armi i compagni di lotta e di penna contro questi odiosi parvenu.
Sfruttando le conoscenze maturate nel corso degli anni con direttori di rete e di giornali, riuscì a far pubblicare il suo j’accuse come elzeviro nel più importante quotidiano italiano. L’eco fu fragorosa. Gli intellettuali passati (e passatisti) sgusciarono fuori dai loro sepolcri e invasero i punti di raccolta delle opinioni comuni: televisioni, quotidiani, blog. Davanti a una simile macchina accusatoria, Achille Filosa e i suoi emuli non seppero come difendersi: avevano vissuto troppa poca gloria per invitare i vegliardi a ficcarsi un dito nel culo e riaddormentarsi per sempre.
In poco tempo di loro si persero le tracce. Quando si trattò di affrontare temi inevitabilmente attuali come le adozioni gay, la bioetica e l’abuso di hashtag su Instagram, le opinioni più eminenti e ricercate furono di nuovo quelle dei vari Moretti, Vallesi, Nazari; i quali, da buoni intellettuali passati (e passatisti), cominciavano ogni frase con un solerte “ai miei tempi …” e una citazione di Trotskij.
Le cose erano tornate come prima.


Primavera. Sui rami dei peschi sbocciano gemme rosee. Nei cortili, i bambini s’insultano giocando a pallone.
Squilla il telefono di casa Moretti. Dall’altro capo della linea c’è il suo caro amico, nonché compagno di lotte negli anni '60, Elio Gabalo Vallesi.
-          Pierpà – gli dice – ma lo sai che da quando pubblicasti quell’elzeviro mi sento molto meglio? Mi è persino ricresciuto il piede che mi avevano amputato!
-          Mi fa piacere.
-          Io te l’avevo detto che quelli come noi sono immortali. Anche se per un po’ avevo smesso di crederci. Sai, per colpa di quel tuo Filosa …
-          Perdonami: è stato un errore di gioventù.
Vallesi scoppiò in una fragorosa risata di gola.
-          E gli istinti suicidi come vanno?
-          Oh, a quelli ormai non ci penso più. Mi godo l’immortalità.
-          È quello che volevo sentirti dire, amico mio. Buona giornata!
-          A te, amico mio.


Poco meno di un minuto dopo, il poeta laureato Pierpaolo Moretti spalancò la finestra dello studio, salì sul davanzale e si lanciò nel cortile.
I bambini che giocavano a pallone lanciarono un urlo spaventato. Il corpo giaceva riverso a terra come una svastica. Il portinaio accorse dalla guardiola e ordinò al figlio del dottor Pazienza, del terzo piano, di chiamare il padre. Neanche il tempo di scendere, che Moretti si era già rialzato.

-          Scusate per il fastidio – disse, togliendosi la polvere dalla camicia – ormai ci ho fatto l’abitudine. 

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