domenica 27 settembre 2015

L'Immortale (1/3)


Chi crede nell'immortalità si goda la sua felicità in silenzio,
non ha nessun motivo di darsi delle arie
(Johann Wolfgang Goëthe)





Il mattino del 6 novembre, sgusciando fuori da un sonno livido e vischioso, il poeta laureato Pierpaolo Moretti notò con enorme disappunto che era ancora vivo.
Nello scetticismo fiducioso del dormiveglia, si lanciò ad occhi semisocchiusi in prove ontologiche di varia natura: prima si diede un pizzico sul braccio (provò dolore), poi si tastò le parti basse (poco sangue, come tutte le mattine, segno che non aveva ancora lasciato il suo corpo mortale) e infine lanciò un urlo (per quanto si possa urlare alla sua età).
L'esito degli esami confermò la sensazione iniziale. Eppure la sera prima si era inflitto un cocktail suicida micidiale:
-          due blister di Valium;
-          mezza bottiglia di bourbon del '73;
-          un chilo e tre quarti di patatine olandesi;
-          un’intera puntata de L’Onore e il Rispetto.
Un pout-pourri di veleni che avrebbe steso un ippopotamo, ma che a quanto pare non poteva nulla contro un ottantenne ingolfato di rughe. Che il suo corpo fosse ormai così guasto da vanificare ogni sforzo suicida?
Telefonò al suo vecchio amico, nonché compagno di lotte negli anni '60, Elio Gabalo Vallesi per chiedere consiglio. Anche il Vallesi era considerato un Venerabile Maestro, la testimonianza vivente di un'epoca che tutti consideravano migliore dal punto di vista estetico e intellettuale; e pazienza se negli ultimi 30 anni era passato dall'essere marxista all'essere socialista, qualunquista, fallo centrista e opinionista cameleontico-fascista: agli occhi del mondo, egli restava il monumento di una cultura impegnata che oggigiorno tutti tentavano di scimmiottare senza successo.
Ascoltate le fisime di Moretti, il Vallesi scoppiò in una fragorosa risata di gola.
- Pierpà, quelli come noi non possono morire! Noi siamo immortali!
- In che senso?
- Nel senso che ... Gesù, Pierpà, ma non ti rendi conto che siamo qui da cinquant’anni a dire sempre le stesse cose, e la gente ci venera come se fossimo ancora la forma di vita più entusiasmante che riesca a concepire?
- Ma lì fuori è pieno di persone più interessanti di noi! - protestò Moretti.
- Sì, ma nessuno li conosce! Noi li blocchiamo, facciamo in modo che il mondo ignori la loro esistenza!
- Non capisco.
- Te lo spiego subito: ogni volta che presenziamo a un evento culturale, o siamo nella giuria di un premio letterario, o qualche ventenne nostalgico ci tira in ballo su Facebook noi prolunghiamo la nostra aura per almeno altri dieci-quindici anni, impedendo a chi è più giovane di noi di parlare della sua epoca!
- Come sarebbe giusto che sia, tra l'altro.
- Beh, insomma. A me piace essere immortale - ammise candidamente Vallesi.
- A me no. Io voglio togliermi di mezzo. Mi sento un peso per il mondo.
- E qui c'è lo sbaglio, caro mio! Se morissi adesso, la tua santificazione sarebbe immediata e irreversibile! Tu già sei considerato un Venerabile Maestro: se morissi oggi stesso, per settimane non si parlerebbe che di te, e altri giovani resterebbero nascosti nella tua ombra!
- Ma è una cosa terribile ...!
- Dipende dai punti di vista.
- Beh, noi l'opportunità di raccontare la nostra epoca l'abbiamo avuta. La gente fra trent’anni, voltandosi indietro a guardare questi primi anni 2000, vedrà solo rimasticature di quello che abbiamo vissuto noi. Lo trovo agghiacciante!
- Tu sei troppo drastico, Pierpà. Dovresti goderti di più il tuo status di venerabile, al posto di ingoiare zuzzime[1] sperando di non svegliarti più. A proposito, stasera sono stato invitato alla presentazione dell'ultimo libro della Nazari: è sempre la solita uallera[2] sulla bellezza sottintesa della guerra, ma venderà tipo duecentomila copie in due giorni. Vieni con me?
- ... sì … sì, dai, sì.
- Allora ti passo a prendere alle 18 con Gianni, il mio autista. A dopo.


Vallesi si presentò all'appuntamento con la solita puntualità. Quando mandò Gianni a citofonare Moretti, ebbe l'intuizione di scendere dall'auto per fumarsi una sigaretta: proprio in quel momento, il corpo dell'amico si schiantò sul tettuccio dopo un volo di cinque piani. La gente attorno accorse, mossa da quel tipico miscuglio di senso civico e pornografia della disgrazia che accompagna situazioni del genere. Le donne urlarono per lo spavento, i genitori coprirono gli occhi ai bambini. Solo Vallesi manteneva una calma quasi olimpica:
- Sta bene, non vi preoccupate. – li rassicurò.
E infatti Moretti poco dopo si destò dal tettuccio e, dopo essersi spolverato la giacca, constatò di essere non solo ancora vivo, ma pure illeso.
- Ma come diavolo è possibile...?! – si chiese.
- Te l'ho detto, Pierpà: sei im-mor-ta-le! Lo capisci adesso?
- … s-sì …
- Forza, dai, che se arriviamo tardi pensano che siamo andati solo per il buffet.





[1] Immondizie
[2] Lett. “ernia scrotale”; meno lett. “noia”. Dall’arabo “wadara”.

L'Immortale (2/3)


La presentazione fu una noia mortale. Del suo nuovo libro la Nazari non parlò mai: per metà del tempo, raccontò aneddoti del suo '68; per l'altra metà, pontificò sul degrado culturale dell'Italia, urlando a più riprese "dove sono finiti i giganti? Dove sono finiti quelli come noi?". Si udirono scrosci di applausi prolungati.
Seguì un buffet ricchissimo da cui Moretti non mangiò quasi niente. Vallesi, invece, mandava giù pasticcini a ritmi industriali.
- Ma tu non avevi il diabete?
- Ancora? Sono im-mor-ta-le! Posso mangiare tutti i dolci che voglio!
A Moretti venne ancora più voglia di morire. Non riusciva a sopportare l'idea di sentirsi un peso per una società per cui non lo era affatto. Lui voleva togliersi di mezzo, fare spazio a chi aveva qualcosa di urgente da dire, non essere condannato a un'eternità di santificazione e inoppugnabilità!
Per fortuna, quasi come se lo stesse ascoltando, il Dio della Giustizia mise sulla sua strada un assassino.


Se ne stava in disparte senza parlare con nessuno, in evidente disagio. Ogni tanto si avvicinava al buffet per prendere una tartina o un flûte di champagne, ma subito batteva in ritirata come se la cosa potesse produrre squilibri nella cosmetica del mondo. Allora, per non destare sospetti, faceva finta di aver ricevuto una telefonata ed estraeva il cellulare dalla giacca scozzese che indossava sopra a una t-shirt dei Simpson.
Moretti lo identificò subito: era un giovane scrittore. Uno che aveva una certa urgenza, ma le cui azioni restavano confinate inevitabilmente allo stato potenziale .Insomma, un assassino perfetto.
Il fatto che non provasse alcuna soggezione nei suoi confronti confermò la buona impressione che gli aveva fatto. Quando Moretti gli si avvicinò con una scusa stupida (“Sa’ dov’è il bagno?”), lui lo guardò come se fosse un uomo qualunque.
-          Non mi hai riconosciuto? – gli chiese.
-          Onestamente no – rispose il giovane.
-          Sono Pierpaolo Moretti, il poeta laureato.
-          Molto piacere, Achille Filosa.
-          Piacere, Achille. Ha mai sentito parlare di me?
-          Sì, certo, ma non conosco nessuna delle sue poesie. Mi stanno sul cazzo quelli che le leggono, perciò.
Moretti s’illuminò.
-          Ma come, non si è offeso? – si stupì lo scrittore.
-          Assolutamente no, giovanotto! Anzi, lei mi calza a pennello! Ho giusto giusto un lavoretto da affidarle: dovrebbe uccidermi.
-          E come, di grazia?
-          Rimpiazzandomi, detronizzandomi, soppiantandomi!
-          Cioè?
-          Lei ha scritto un libro, vero?
-          Sì, come fa a saperlo?
-          Glielo leggo in faccia. Quelli come noi sono tutti uguali, grossomodo.
-          Non è vero.
-          Invece sì, ma non è il momento di discuterne. Piuttosto, mi stia a sentire: io promuoverò il suo libro nell’ambiente, scriverò ottime recensioni, farò in modo di farla apparire nei più importanti programmi televisivi. Quando sarà in tv, lei dovrà far finta che io, Vallesi o la Nazari non siamo mai esistiti. Deve considerarci simulacri di un’epoca che, non avendo vissuto, non le interessa raccontare o mitizzare. Sono stato chiaro?
-          È un pensiero nobile e condivisibile, ma come faccio a parlare male di lei se divento il suo protegè?
-          Non faccia domande stupide, Achille! I figli uccidono quotidianamente i padri, gli amanti si accoltellano alle spalle ogni volta che sgusciano fuori dai letti, i ricchi sputano sulla classe operaia che li ha resi tali: è la natura umana! Crede di essere in grado di comportarsi da essere umano?
-          … credo di sì.
-          Bene, allora è deciso: lei sarà il mio assassino! Da domani comincia la sua nuova vita!
E così fu. Grazie al peso specifico di cui l’immortale Moretti godeva nel mondo immobile della cultura, Achille Filosa divenne in breve tempo una celebrità, e il suo libro – Inferni privati – un bestseller. Andava in televisione, ai convegni, nei teatri e pronunciava sentenze bellissime e spietate tipo:
-          Trovo stupida la nostalgia per epoche che non si è vissute.
oppure:
-          I film di Pasolini sono una rottura di palle.
o ancora:
-          Gli “anni di piombo” per me sono stati quelli delle medie.
Quando poi gli chiedevano del suo mentore, Pierpaolo Moretti, Filosa rispondeva con una supponenza che si faceva sempre più autentica di intervista in intervista. L’attenzione spasmodica che i media avevano nei suoi confronti si propagò in breve tempo a tutto quel sottobosco di giovani artisti che cercavano invano di liberarsi dei simulacri del passato a cui i loro coetanei in primis erano morbosamente attaccati. Lui, però, restava sempre il più ricercato, il più ambito, e questo aveva una ricaduta non indifferente sulla salute del Moretti, che si faceva più precaria ad ogni intervista o intervento televisivo.
Nel giro di pochi mesi si ridusse a un involucro vuoto, spogliato di ogni forza vitale e di ogni resistenza al dolore. Anche se sollevava pesi minimi si sentiva immediatamente affaticato, e non poteva uscire di casa perché la pioggia gli portava la febbre, il vento gli portava la febbre e il sole lo faceva sudare – e quindi gli portava la febbre.
Anche Vallesi se la passava male. A causa del diabete, avevano dovuto amputargli un piede. I costi delle cure lo costrinsero a licenziare Gianni,  che fu subito assunto dalla Nazari, a cui serviva un autista perché semi-paralizzata dall’artrite.


Dimenticati da tutti e delegittimati da chi fino ad allora li aveva adorati come Dei, gli intellettuali potevano finalmente morire in pace.

L'Immortale (3/3)

Nel momento in cui però Moretti mise per l’ennesima volta il piede sul davanzale della finestra, si accorse dell’inutilità olistica e scenografica del gesto che stava per compiere. A cosa serviva uccidersi se si era già (quasi) morti? Sarebbe stato solo l’ennesima foglia morta che cadeva dondolando al suolo in quel novembre di città, e non la rosa rossa dell’intellighenzia strappata prematuramente alla vita alla tenera età di ottantasette anni.
Assoldando qualcuno che lo uccidesse aveva perso il gusto di morire, e per riappropriarsi dei suoi istinti suicidi non c’era che una soluzione.


Con le ultime forze rimaste, si sedette di fronte alla sua vecchia Lettera 22 e scrisse un lunghissimo pezzo di denuncia contro i giovani autori che non avevano rispetto del passato, lamentando l’assenza di figure di spessore e chiamando alle armi i compagni di lotta e di penna contro questi odiosi parvenu.
Sfruttando le conoscenze maturate nel corso degli anni con direttori di rete e di giornali, riuscì a far pubblicare il suo j’accuse come elzeviro nel più importante quotidiano italiano. L’eco fu fragorosa. Gli intellettuali passati (e passatisti) sgusciarono fuori dai loro sepolcri e invasero i punti di raccolta delle opinioni comuni: televisioni, quotidiani, blog. Davanti a una simile macchina accusatoria, Achille Filosa e i suoi emuli non seppero come difendersi: avevano vissuto troppa poca gloria per invitare i vegliardi a ficcarsi un dito nel culo e riaddormentarsi per sempre.
In poco tempo di loro si persero le tracce. Quando si trattò di affrontare temi inevitabilmente attuali come le adozioni gay, la bioetica e l’abuso di hashtag su Instagram, le opinioni più eminenti e ricercate furono di nuovo quelle dei vari Moretti, Vallesi, Nazari; i quali, da buoni intellettuali passati (e passatisti), cominciavano ogni frase con un solerte “ai miei tempi …” e una citazione di Trotskij.
Le cose erano tornate come prima.


Primavera. Sui rami dei peschi sbocciano gemme rosee. Nei cortili, i bambini s’insultano giocando a pallone.
Squilla il telefono di casa Moretti. Dall’altro capo della linea c’è il suo caro amico, nonché compagno di lotte negli anni '60, Elio Gabalo Vallesi.
-          Pierpà – gli dice – ma lo sai che da quando pubblicasti quell’elzeviro mi sento molto meglio? Mi è persino ricresciuto il piede che mi avevano amputato!
-          Mi fa piacere.
-          Io te l’avevo detto che quelli come noi sono immortali. Anche se per un po’ avevo smesso di crederci. Sai, per colpa di quel tuo Filosa …
-          Perdonami: è stato un errore di gioventù.
Vallesi scoppiò in una fragorosa risata di gola.
-          E gli istinti suicidi come vanno?
-          Oh, a quelli ormai non ci penso più. Mi godo l’immortalità.
-          È quello che volevo sentirti dire, amico mio. Buona giornata!
-          A te, amico mio.


Poco meno di un minuto dopo, il poeta laureato Pierpaolo Moretti spalancò la finestra dello studio, salì sul davanzale e si lanciò nel cortile.
I bambini che giocavano a pallone lanciarono un urlo spaventato. Il corpo giaceva riverso a terra come una svastica. Il portinaio accorse dalla guardiola e ordinò al figlio del dottor Pazienza, del terzo piano, di chiamare il padre. Neanche il tempo di scendere, che Moretti si era già rialzato.

-          Scusate per il fastidio – disse, togliendosi la polvere dalla camicia – ormai ci ho fatto l’abitudine. 

lunedì 18 agosto 2014

Trippone - frammenti.

Fiumicino, un enorme cancello sulle porte del mondo. Al T1, sotto la patina sterile e glaciale di decine di faretti bianchi, passare la notte a trovare la posizione ideale su sedie spigolose come un'emicrania.
Arrivare al check-in per primi, trovare un amico inaspettato, ricominciare la danza scalena per trovare la posizione.
Finalmente si parte. Lo steward uguale a Harold Ramis. "Benvenuti all'aeroporto di Bruxelles Zavendet".
Si torna a casa.

Visivamente, la gioia più grande a Bruxelles è sbucare nella Grand Place, o intravederne uno spicchio dai vicoli.
La intuisci, intuisci le guglie o il torrione della Maison de La Ville, e istintivamente ti avvicini. Quando ci sbuchi dentro, e si schiude ai tuoi occhi come la più mirabolante delle arene, gli occhi esultano. Il trionfo di quelle architetture fittissime nella luce di un giorno di sole è qualcosa che non stanca mai.

Ho un ricordo che serberò per sempre: noi seduti col culo per terra alla Grand Place, ai piedi della Maison de la Ville, la cui torre elegantemente illuminata si staglia immobile contro il cielo di inchiostro spesso come fosse stampata.
Voglio vivere in questa città, questo posto è casa mia.

                                                                         ^ ^

Lisbona è un unicum architettonico. Si vorrebbe fotografare ogni palazzo, ogni insegna, ogni tram gonfio di turisti che passa. E poi il caos, le strade che s'inseguono lungo i saliscendi e verso il mare, la bellezza scrostata: si sente che siamo a Sud; si sente il sangue caldo, la diffidenze, il cibo buono, il degrado.

Cattedrale di Sè Patriarcal. Un gotico maschio, muscoloso, essenziale.
Lì dove il gotico di Bruxelles è un fiorire verticale di guglie, statue, simboli e arzigogoli; e il gotico della chiesa di San Patrizio è un'elegante sinfonia ascensionale, Sè Patriarcal è una fortezza della Fede, una rocciosa testimonianza della durezza della vita terrena.

Il caffè ...
"Nicola", a Praça Pedro IV, è il migliore. Un espresso più buono di molti bevuti in Italia. Caffè e pastela sono la nostra colazione standard.
" 'A Brasileira ", invece, è un tempio (più piccolo di quanto pensassi), dove si spende pochissimo e si mangiano dolci sopraffini.
Al ristorante "Joao do Grao", invece, ho mangiato uno dei piatti più buoni e particolari della mia vita: la carne di porco alla Alentejana. Dei pezzetti di succosa carne di maiale immersi in un sugho di vino rosso e serviti su un letto di vongole.
Al Bairro Alto beviamo caipirinha a prezzi bassissimi, in un rincorrersi di salite e discese che sanno di Messico, e in bar tutti particolarissimi.

Il Monastero dei Jeronimos, che meraviglia!
Le volte sono percorse da linea che ricordano le ossa della mano. Ho visto molti edifici gotici, ma pochissimi mi sono sembrati altrettanto eleganti, luminosi, lirici.

C'è una statua in tutte le chiese di Lisbona che da noi non ho mai visto.
E' un Cristo in tunica viola, inginocchiato, con la croce sulle spalle. Una scena della via Crucis, che mi ricorda quanto il culto della Passione sia il perno di tutto il cattolicesimo sudeuropeo, uno dei grandi trait d'union tra noi e loro.

Lasciare Lisbona di notte.
Il tassista è la copia sputata di Morrissey. Il fatto che parli un ottimo inglese mi fa pensare che possa effettivamente essere lui.
Nel lettore cd, Time dei Pink Floyd è la colonna sonora perfetta per il nostro ultimo viaggio. Vuota e immobile, Lisbona di notte sembra un quadro di De Chirico.I semafori di Rua Augusta brillano in fila come smeraldi tra le dita lunghe della città. Lisbona è uno scheletro vuoto, ma uno scheletro di straordinaria bellezza.

                                                                    ^ ^
Hala Madrid!

Guernica di Picasso è un quadro dinamico, di quelli che si fa fatica a pensare che sia solo un'immagine immobile.
Guernica urla, è un eterno disordine. A fissarlo si avvertono nitide e violente le grida di strazio, l'esplosione delle bombe, la liquidità del caos.

Il viaggio, inconsciamente, comincia a diventare la mia condizione di vita. Stanotte ho sognato di salutare mamma e papà nel bel mezzo del Trippone, e di avere poco tempo per stare con loro perché sarei dovuto ripartire verso un'altra città.
Non vedo l'ora di tornare. Questo viaggio, come prevedibile, negli ultimi giorni, fa sentire tutto il suo peso.

Il Santiago Bernabeu è una cattedrale, la Notre Dame del calcio.
Guardare il campo dall'ultimo anello è come affacciarsi sul Grand Canyon: il fiato ti si ferma in petto, hai l'impressione di trovarti davanti a una delle grandi meraviglie del Mondo.

El Prado...semplicemente il più bel museo che abbia mai visto (finora).


martedì 8 luglio 2014

Istanbul - appunti di viaggio

Aya Sophia: un valzer di lampadari.
Respirare quell'aria di marmo, di un luogo che ha qualcosa di primitivo, protocristiano. Un tempio che potrebbe trovarsi a Gerusalemme; crocevia di sultani e imperatori, figli spuri dello stesso Dio.

Gezi Park: quante bugie!
La televisione è il vero male del mondo, un caleidoscopio scaleno.
Bere un caffè, al Gezi, un dolce venticello che fa dondolare le foglie dei platani, un gatto grigio fumo con gli occhi verdi che si amabilmente i cazzi suoi.

çai, çai, çai a tutte le ore.
Ai piedi della Torre di Galata, sotto un vigneto, tra gli autoctoni e i turisti. Gli autoctoni li riconosci subito: hanno sempre una sigaretta tra le labbra e l'aria che gli si quaglia attorno alla bocca per colpa degli accendini. Fumano duro, catrame e cemento armato, benedetti turchi.

Che poi, devi vederla Istanbul al tramonto per capire cos'è. Devi prendere il traghetto delle 7 e mezzo per Kadikoy, nella giungla di ristornati la cui puzza di pesce fritto si impianta prepotentemente nelle narici.Se ti guardi intorno è già un altro mondo: la Moschea Nuova, la Torre di Galata, il Bosforo.
A proposito: quando salirai sui vapùr, e vedrai tutto staccarsi piano piano da te, capirai perché questa città sembra uno scrigno a cielo aperto.
Respira forte l'anima salmastra del Bosforo; incàntati a contare i minareti della Moschea Blu (sono 6, ricorda, 6. Nessun'altra moschea al mondo ha 6 minareti); lasciati ammaliare dal modo in cui Aya Sophia si mescola bene al sangue aranciorosso del sole morente.
Istanbul ha i tramonit più dolci e potenti del mondo.

Cammino per Sultanahmet e mi volto in continuazione a cercare la Moschea Blu, così come a Napoli cerco sempre con lo sguardo il Vesuvio. Per sicurezza, per senso di posizione e soprattutto per amore.

I turisti vengono qui e mischiano le poche parole turche che conoscono/hanno imparato ("grazie", "prego", "buongiorno") con un inglese universale e scolastico, da sopravvivenza.
Per questo i loro discorsi, spesso non più lunghi di 2-3 parole, suonano sconnessi e rattoppati.

(Ioc: "no" con frase al seguito.
Air: no!)

Cose turche:
i poliziotti giovanissimi;
le ragazze col velo e dal profumo buonissimo;
i cessi con la password;
guidare senza regole / le macchine che non ti fanno attraversare: ti dribblano!
L'acqua venduta per strada dalle bancarelle (le stesse che vendono anche il simiç);
l'idolatria di Ataturk;
le moschee a cupola;
i minareti che sembrano gigantesche matite rivolte al cielo;
la traversata del Bosforo, nel pullman o con la nave;
il casino di Kadikoy e Ortakoy, con i ristoranti che tentano di abbordarti.

venerdì 15 novembre 2013

Nuvola D'Oro


Me ne stavo seduto sugli spalti a guardarla nuotare. Viaggiava a pelo d’acqua con la leggerezza delle libellule, eseguendo una serie di movimenti ad orologeria perfezionati in anni e anni di esercizio. Buttava la testa sotto e usciva respirando forte; poi apriva le braccia in un movimento solenne e minaccioso e le richiudeva abbracciando l’acqua davanti a se. Le gambe erano due eleganti pagaie che macinavano chilometri di cloro e di schiuma, le spalle due muscolosi e infaticabili ingranaggi. 
Eravamo rimasti soli. Nella penombra dell’orario di chiusura, la piscina della vecchia polisportiva brillava come una fetta di cielo sereno in mezzo ad una galassia senza stelle. Nuvola D’Oro – era questo il suo nome, o almeno così mi piaceva chiamarla – scivolava avanti e indietro lungo la terza corsia, come un pensiero insistente e soave.
Vedendomi sugli spalti, nuotò fino al bordo della piscina e, poggiando le braccia imperlate di cloro sulle mattonelle, mi invitò a raggiungerla a bordo vasca.
-          Tuffati anche tu – disse.
Provai a obiettare che non avevo il costume, ma non volle sentire ragioni. Mi slacciò le scarpe e svolazzò di nuovo al centro della piscina. Con una pinnata, alzò un soffio di spuma e mi bagnò i pantaloni. Solitamente, non era così che ci riusciva. Mi tuffai e la raggiunsi al centro della vasca.
-          Ciao – gnaulò – e ci baciammo.
Allora cominciò a nuotarmi intorno, spingendosi prima su un fianco e poi sull’altro. Disegnò quattro o cinque cerchi nell’acqua e aspettò che io facessi lo stesso. Aveva inventato una danza di cui, a turno, ognuno era il sole attorno cui ruotava l’altro. A fine giro ci ritrovammo di nuovo faccia e faccia e ci demmo un altro bacio. O forse era un morso, non ricordo. So solo che lei mi porse le spalle e mi chiese di appoggiarmici.
-          Forza, dai – insistette, cercando di vincere le mie remore
Mi avvicinai e mi attaccai alla sua schiena con un gesto impacciato. Nuvola D’Oro si sdraiò sull’acqua e riprese a nuotare, trainandomi su e giù per la vasca. Sentivo i suoi muscoli elastici e sodi guizzare sotto di me ad ogni bracciata, e questo mi rassicurava. Pensai di farmi una casa tra i suoi dorsali, di dormirci per sempre mentre mi trasportava lungo tutti gli oceani della Terra. Era questo di cui avevo bisogno, forse: di essere portato alla deriva. O solamente di una schiena a cui appoggiare tutte le mie malinconie.

venerdì 18 ottobre 2013

10 euro

Quando posso, passando dal vecchio cimitero di via Pascoli cerco sempre di fermarmi sulla tomba di Rino Ferrara. Se non lo faccio spesso è soltanto perché tutte quelle lapidi mi ricordano la spietata democrazia del Tempo, e alla mia età già ci si riflette troppo anche senza uscire di casa.
Ad ogni buon conto, l'altro ieri , dopo molto tempo decisi di passare per il vecchio cimitero di via Pascoli e salutare il mio amico Rino. Avevo comprato un fascio di calle, i suoi fiori preferiti, e volevo che ne rinfrancassero il riposo. Come sempre, entrando schivai la zingara cenciosa che ti aspetta in agguato ai cancelli e mi accodai alle vedove che sfilavano tra le tombe seguendo un itinerario di ossequi e appuntamenti in cui il rispetto si confondeva con la malinconia dell'essere sopravvissuti.


Mentre poggiavo i fiori ai piedi della lapide, un uomo distinto, di poco più giovane di me, si accostò al loculo. Portava un vestito a giacca beige e un paio di occhiali scuri che gli conferivano un'aria tutto sommato affidabile. All'inizio si teneva distante, anzi parallelo a me. Poi, in maniera quasi impercettibile, avanzò fino a ritrovarsi al mio fianco.
- Era un suo parente? - mi chiese, a bassa voce.
- No, collega.
- Quindi anche lei era ...
- ... un insegnante, sì. Lei è un parente?
- Conoscente.
- Ah ecco. Non mi sembrava di conoscerla, infatti.
- Non ci frequentavamo molto, ma gli volevo bene. Era una persona squisita, di altissimi valori morali.
- Assolutamente! Un uomo probo, esemplare!.
- Esatto: esemplare.
- ...
- ...
- Certo, qualche volta si è lasciato andare ai piaceri della carne...
- Ah, non lo biasimo! "Chi è senza peccato scagli la prima pietra" diceva Nostro Signore, e non mi sembra di vedere sassaiole ...
- Affatto.
- Mi dispiace per la moglie, povera donna.
- Ha vissuto il lutto con dignità, per grazia di Dio.
- E' sempre stata una femmina forte.
- Con un uomo così al suo fianco, era il minimo.
- Infatti. Che Dio la benedica.
Rimanemmo in silenzio a fissare la lapide, cercando di recuperare l'intimità dei nostri pensieri. Mi sentivo osservato e molto stupido: nel buio della mente mi sfilavano convenevoli e cronache che volevo condividere con Rino, in una specie di dialogo senza interlocutore, ma la presenza di quell'ometto impiccione mi metteva a disagio.
Così, senza temere di sembrare sgarbato, gli chiesi di allontanarsi un attimo.
- Ma si figuri, faccia pure! - rispose lui, prodigandosi in gesti di eccessiva condiscendenza.

Rimasi cinque minuti buoni da solo in silenzio, a pregare per Rino e ad aggiornarlo telepaticamente sul lento scorrere della mia vita. Poi aggiustai la giacca imbizzarrita dal vento e mi avviai all'uscita.
- Signore, ehi, signore! - urlò l'ometto impiccione, sbucando da dietro una cappella.
Mi fermai.
- Sono 10 euro - mi disse, porgendomi la mano aperta.
- Per cosa? - risposi io.
- Beh, per il supporto morale. Per la compagnia ci sarebbe poi un piccolo extra, ma voi mi siete simpatico e quindi offre la casa.
- Supporto morale?
- Sì, per la visita al vostro amico defunto. Io non lo conoscevo, ma voi sì, ed eravate tutto solo, così ho pensato che potevate essere un potenziale cliente.
- Cliente? Non capisco ...
- Guardate, è semplicissimo: io ogni mattina, alle 6, vengo qui al cimitero e aspetto quelli come voi. Gente che viene a salutare un amico, un parente, un conoscente ma non ha un cane che li accompagni. Ed è qui che entro in scena io: vi sto vicino, vi faccio parlare un po' del defunto, mi addoloro come se lo conoscessi. In questo modo, non si acuisce quella spiacevole sensazione di finitudine che vi costringe a pensare che presto toccherà a voi stare dall'altra parte del terreno. Mi sono spiegato?
- Praticamente, siete un valletto del dolore.
- E che brutta espressione che avete usato, dottò! "Valletto del dolore" ... mi fa sembrare uno sciacallo! Io sono solo un uomo che fa una buona azione. Dite, a voi vi è dispiaciuto avere a che fare con me?
- Un poco.
- Su, siate buono.
- Ve lo giuro. Io non sono di quelli che soffrono la solitudine e pensano che dovranno morire!
- Dottò, ma chi volete prendere in giro? Ce le avete scritte in faccia certe cose! Appena siete entrato qua dentro vi siete rabbuiato manco dovevano metterci voi sottoterra! Io vi offerto 5 minuti di chiacchiere distensive, forse un po' convenzionali, ma vi ho alleggerito il dovere della visita. Mi volete condannare per questo?
Ci pensai a lungo. Sbuffai.
Non sapevo che dire.
- Ecco, appunto - gongolò lui, vittorioso - 10 euro, grazie.