venerdì 15 novembre 2013

Nuvola D'Oro


Me ne stavo seduto sugli spalti a guardarla nuotare. Viaggiava a pelo d’acqua con la leggerezza delle libellule, eseguendo una serie di movimenti ad orologeria perfezionati in anni e anni di esercizio. Buttava la testa sotto e usciva respirando forte; poi apriva le braccia in un movimento solenne e minaccioso e le richiudeva abbracciando l’acqua davanti a se. Le gambe erano due eleganti pagaie che macinavano chilometri di cloro e di schiuma, le spalle due muscolosi e infaticabili ingranaggi. 
Eravamo rimasti soli. Nella penombra dell’orario di chiusura, la piscina della vecchia polisportiva brillava come una fetta di cielo sereno in mezzo ad una galassia senza stelle. Nuvola D’Oro – era questo il suo nome, o almeno così mi piaceva chiamarla – scivolava avanti e indietro lungo la terza corsia, come un pensiero insistente e soave.
Vedendomi sugli spalti, nuotò fino al bordo della piscina e, poggiando le braccia imperlate di cloro sulle mattonelle, mi invitò a raggiungerla a bordo vasca.
-          Tuffati anche tu – disse.
Provai a obiettare che non avevo il costume, ma non volle sentire ragioni. Mi slacciò le scarpe e svolazzò di nuovo al centro della piscina. Con una pinnata, alzò un soffio di spuma e mi bagnò i pantaloni. Solitamente, non era così che ci riusciva. Mi tuffai e la raggiunsi al centro della vasca.
-          Ciao – gnaulò – e ci baciammo.
Allora cominciò a nuotarmi intorno, spingendosi prima su un fianco e poi sull’altro. Disegnò quattro o cinque cerchi nell’acqua e aspettò che io facessi lo stesso. Aveva inventato una danza di cui, a turno, ognuno era il sole attorno cui ruotava l’altro. A fine giro ci ritrovammo di nuovo faccia e faccia e ci demmo un altro bacio. O forse era un morso, non ricordo. So solo che lei mi porse le spalle e mi chiese di appoggiarmici.
-          Forza, dai – insistette, cercando di vincere le mie remore
Mi avvicinai e mi attaccai alla sua schiena con un gesto impacciato. Nuvola D’Oro si sdraiò sull’acqua e riprese a nuotare, trainandomi su e giù per la vasca. Sentivo i suoi muscoli elastici e sodi guizzare sotto di me ad ogni bracciata, e questo mi rassicurava. Pensai di farmi una casa tra i suoi dorsali, di dormirci per sempre mentre mi trasportava lungo tutti gli oceani della Terra. Era questo di cui avevo bisogno, forse: di essere portato alla deriva. O solamente di una schiena a cui appoggiare tutte le mie malinconie.

venerdì 18 ottobre 2013

10 euro

Quando posso, passando dal vecchio cimitero di via Pascoli cerco sempre di fermarmi sulla tomba di Rino Ferrara. Se non lo faccio spesso è soltanto perché tutte quelle lapidi mi ricordano la spietata democrazia del Tempo, e alla mia età già ci si riflette troppo anche senza uscire di casa.
Ad ogni buon conto, l'altro ieri , dopo molto tempo decisi di passare per il vecchio cimitero di via Pascoli e salutare il mio amico Rino. Avevo comprato un fascio di calle, i suoi fiori preferiti, e volevo che ne rinfrancassero il riposo. Come sempre, entrando schivai la zingara cenciosa che ti aspetta in agguato ai cancelli e mi accodai alle vedove che sfilavano tra le tombe seguendo un itinerario di ossequi e appuntamenti in cui il rispetto si confondeva con la malinconia dell'essere sopravvissuti.


Mentre poggiavo i fiori ai piedi della lapide, un uomo distinto, di poco più giovane di me, si accostò al loculo. Portava un vestito a giacca beige e un paio di occhiali scuri che gli conferivano un'aria tutto sommato affidabile. All'inizio si teneva distante, anzi parallelo a me. Poi, in maniera quasi impercettibile, avanzò fino a ritrovarsi al mio fianco.
- Era un suo parente? - mi chiese, a bassa voce.
- No, collega.
- Quindi anche lei era ...
- ... un insegnante, sì. Lei è un parente?
- Conoscente.
- Ah ecco. Non mi sembrava di conoscerla, infatti.
- Non ci frequentavamo molto, ma gli volevo bene. Era una persona squisita, di altissimi valori morali.
- Assolutamente! Un uomo probo, esemplare!.
- Esatto: esemplare.
- ...
- ...
- Certo, qualche volta si è lasciato andare ai piaceri della carne...
- Ah, non lo biasimo! "Chi è senza peccato scagli la prima pietra" diceva Nostro Signore, e non mi sembra di vedere sassaiole ...
- Affatto.
- Mi dispiace per la moglie, povera donna.
- Ha vissuto il lutto con dignità, per grazia di Dio.
- E' sempre stata una femmina forte.
- Con un uomo così al suo fianco, era il minimo.
- Infatti. Che Dio la benedica.
Rimanemmo in silenzio a fissare la lapide, cercando di recuperare l'intimità dei nostri pensieri. Mi sentivo osservato e molto stupido: nel buio della mente mi sfilavano convenevoli e cronache che volevo condividere con Rino, in una specie di dialogo senza interlocutore, ma la presenza di quell'ometto impiccione mi metteva a disagio.
Così, senza temere di sembrare sgarbato, gli chiesi di allontanarsi un attimo.
- Ma si figuri, faccia pure! - rispose lui, prodigandosi in gesti di eccessiva condiscendenza.

Rimasi cinque minuti buoni da solo in silenzio, a pregare per Rino e ad aggiornarlo telepaticamente sul lento scorrere della mia vita. Poi aggiustai la giacca imbizzarrita dal vento e mi avviai all'uscita.
- Signore, ehi, signore! - urlò l'ometto impiccione, sbucando da dietro una cappella.
Mi fermai.
- Sono 10 euro - mi disse, porgendomi la mano aperta.
- Per cosa? - risposi io.
- Beh, per il supporto morale. Per la compagnia ci sarebbe poi un piccolo extra, ma voi mi siete simpatico e quindi offre la casa.
- Supporto morale?
- Sì, per la visita al vostro amico defunto. Io non lo conoscevo, ma voi sì, ed eravate tutto solo, così ho pensato che potevate essere un potenziale cliente.
- Cliente? Non capisco ...
- Guardate, è semplicissimo: io ogni mattina, alle 6, vengo qui al cimitero e aspetto quelli come voi. Gente che viene a salutare un amico, un parente, un conoscente ma non ha un cane che li accompagni. Ed è qui che entro in scena io: vi sto vicino, vi faccio parlare un po' del defunto, mi addoloro come se lo conoscessi. In questo modo, non si acuisce quella spiacevole sensazione di finitudine che vi costringe a pensare che presto toccherà a voi stare dall'altra parte del terreno. Mi sono spiegato?
- Praticamente, siete un valletto del dolore.
- E che brutta espressione che avete usato, dottò! "Valletto del dolore" ... mi fa sembrare uno sciacallo! Io sono solo un uomo che fa una buona azione. Dite, a voi vi è dispiaciuto avere a che fare con me?
- Un poco.
- Su, siate buono.
- Ve lo giuro. Io non sono di quelli che soffrono la solitudine e pensano che dovranno morire!
- Dottò, ma chi volete prendere in giro? Ce le avete scritte in faccia certe cose! Appena siete entrato qua dentro vi siete rabbuiato manco dovevano metterci voi sottoterra! Io vi offerto 5 minuti di chiacchiere distensive, forse un po' convenzionali, ma vi ho alleggerito il dovere della visita. Mi volete condannare per questo?
Ci pensai a lungo. Sbuffai.
Non sapevo che dire.
- Ecco, appunto - gongolò lui, vittorioso - 10 euro, grazie.


martedì 20 agosto 2013

Bruxelles

Uscendo dalla galleria, il treno si bagnò di tenera luce solare. Dopo una giornata di pioggia, l'aria era rimasta effervescente, ma delle vigorose pennellate di azzurro donavano nuova speranza al mio pomeriggio.
Bisognava vedere il cielo sereno di Bruxelles per apprezzare la paciosa serenità delle nuvole di Magritte, pensai, come se qualcuno mi potesse ascoltare.

Viaggiavo sulla linea 6 della metropolitana, da Heysel verso Gare du Nord. Mentre sfrecciavamo piano tra le periferie, guardavo le case di mattoni bruni e i loro candidi abbaini, immaginando la vita di chi aveva la fortuna di abitarvici.

La mia, di casa, era lontana. Giù, in Italia, a Napoli.
A volte mi manca molto - di notte, soprattutto, quando sono solo (è ovvio). Oppure quando, dopo l'ennesimo falafel, avrei soltanto voglia di chiamare mia madre e chiederle di cucinare per me.
Altre volte, invece, mi sento ben impiantato qui, nel tessuto umano della città. Quando bevo birra nelle brasserie e dopo, preda della chimica, mi infilo in un fast food pieno di arabi o altri randagi notturno e mi sbafo un paio di carton-burger col bacon,  mi sento figlio della grande città, di un'Europa che somiglia sempre più all'America ma che non perde un briciolo del suo fascino di grande madre della Civiltà.

Quando poi mi manca Napoli, come un turista mi imbuco in un pub a Platterseen e ordino una zuppa di cozze (che qui cuociono in un succulento brodo vegetale di sedano, carote e cipolla). Oppure, la domenica mattina, sbuco da Lemmonier al mercato di Gare Du Midi, caotico e speziato come tutti i mercati del mondo, per assorbire il colore e il calore del sud del mondo.

Anche oggi pomeriggio ho avuto un attacco di appucundria.
Poi, sgusciando fuori dal treno a Gare du Midi, una ninfa dai capelli ambrati come birra d'abbazia, il nasino gentile e gli occhi blu - blu! blue come pietre preziose! - mi ha sorriso.
E allora viva Bruxelles, viva il Belgio, viva le giovani ninfe viaggiatrici!

Jazz

Coltrane l'ha pensata, Miles Davis l'ha suonata ed io, che l'ho amata fino agli spasmi, l'ho resa lo standard su cui continuo a improvvisare quasi ogni giorno.
Si chiamava -anzi, si chiama, perché da qualche parte di sicuro suona ancora per qualcuno - Delia. Delia Dagli Occhi Di Tempesta e i Capelli Di Miele e D'Autunno, precisamente.
L'ho conosciuta nel luglio di quattro anni fa (quattro anni fa? Sì? Sì).Piaceva a Long Joe, il mio migliore amico. Mi sembrava simpatica, ma niente di più: una bella ragazza, ma troppo diversa da ciò che pensavo potesse assomigliarmi.

Poi Long Joe fu silurato, e Delia cominciò a suonare nella mia testa.

Come tutti i grandi pezzi - So what di Miles Davis, In a sentimental mood di Coltrane, Unsquare dance di Brubeck - partì piano, soffusamente.
Poi esplose. In un bacio e caldo e lunghissimo, tutto ritmo e buon sapore.

Tum-tum-cha-tumchà-tumchà.

La batteria di Buddy Rich, il sax di Maceo Parker, il basso di Charles Mingus: Delia era tutto questo, ed anche di più.
Baciarla era come ingoiare una galassia effervescente; nel sancta sanctorum delle nostre bocche, la sua lingua danzava attorno alla mia come un'indemoniata Salomè.
Eravamo a pochi giorni da Natale, e sebbene io quel periodo lo associo naturalmente alle soffici ballate di Ella, Delia riuscì a trasformare il candido scorrere delle vigilie in un infuocato be-bop à la Charlie Paker (now's the time!).

Che donna, Delia ...
Ghiaccio bollente!
Blu elettrico!

Quando tra noi finì, ci rimasi ovviamente di merda.
"Non me lo merito", pensai prima.
"Non me la meritavo", pensai dopo, guardando indietro a quello che mi era capitato.

Ora non so dove sia e con chi sia e perché ci sia, ma quando guardo indietro, e vedo lei, in un angolo della mia testa un be-bop comincia a suonare, e non mi va' mai di farlo smettere.

giovedì 2 maggio 2013

Massaquano

Eravamo vicini, me lo sentivo. Sulla strada per l'Infinito, finalmente.
Dopo i primi dieci minuti di curve già avvertivo l'odore dei boschi, della legna, dei tigli.
Avevamo lasciato la civiltà borghese e cosmopolita della Penisola Sorrentina e ci avviamo verso la sommità del Monte Faito, lì dove il Golfo di Napoli non è che un silenzioso tappeto di case e la macchia mediterranea sgorga potente dalla terra.

Massaquano è a metà strada tra Vico Equense e la cima. E' un borgo lillipuziano ancora sconosciuto, e che quindi lo snobismo un po' egoista di chi è geloso della Bellezza vorrebbe restasse sempre segreto.
Ogni volta che passo di lì non resisto alla tentazione di commentare "questo è uno degli scorci più belli d'Italia". I miei amici non me ne fanno una colpa, o almeno si limitano a una disinteressata approvazione: da buoni realisti, sanno che l'Iperbole è l'artemisia dei poeti.
Poi ho scoperto che nella cappella di Santa Lucia sono conservati affreschi della scuola di Giotto: il settimo senso di cui tutti gli scrittori sono intrinsecamente dotati non aveva fallito neppure stavolta.
(Il sesto senso, per chi non lo sapesse, è la chiaroveggenza).

Così chiesi al mio migliore amico di fermarci un attimo.
"Devo andare al bagno".
Ero poco credibile, considerando che eravamo partiti da non più di venti minuti.
Parcheggiammo in una stradina e scesi da solo.
Nel borgo c'erano anziani che discutevano tra loro, parlando uno strano napoletano - gonfio, ruvido, diffidente.
Quindi mi ritrovai ai piedi della cappella. Salii i bianchi gradini che conducevano al suo arcuato cospetto col cuore che mi batteva forte (mi capita sempre, prima di un incontro ravvicinato con l'Eterno).
Quello che vidi dentro non si può raccontare: non renderebbe giustizia alla Santa Bellezza che possiamo trovare ad ogni angolo di strada, e neanche credo di esserne capace.

Non so per quanto tempo restai lì dentro: so solo che non uscii prima di aver assaporato tutto fino ad impastarmi la bocca e gli occhi con tutta quella Grazia.

Quando tornai in macchina, i miei amici stavano cantando una canzone di almeno dieci anni fa.
"Ci hai messo un po'" mi dissero.
"Il tempo giusto", risposi.

mercoledì 27 febbraio 2013

Forme uniche nella continuità dello spazio.

Correre.
Forte, fortissimo.
Fino a fare vento, fino a tagliare l'aria.

Ricordi come correvi da bambino? Eri goffo, scomposto, molliccio. Spingevi indietro le braccia e non ti pesavano più. Ti lanciavi sul rettilineo proiettato nell'infinito, ma la tua corsa si esauriva in una posa scalena, smorta, affaticata. Ti piegavi sulle ginocchia, la lingua da fuori come un cane: senza fiato, ma felice. I polmoni aperti nella schiena e verso il mondo.
Da cosa scappavi? A cosa volevi andare incontro?

Correre, adesso.
Sempre forte, fortissimo.
Fin quando non ti farà male respirare.

Ingoia le luci della città.
Nutriti della troposfera.
Specchiati nei volti di chi aspetta agli angoli delle strade, nelle gole dei palazzi, sul liminare dei negozi.
Specchiati negli occhi delle auto.
(No, quello no, c'è sempre qualcuno dentro quando lo fai).

Da cosa scappi? A cosa vuoi andare incontro?


#futurismo #egocentrismo #libertà.


domenica 24 febbraio 2013

Una foto scattata per Caso


È una canzone d’amore
amore sperimentale
amore antisociale
(Giorgio Canali & Rossofuoco)


Cara Sara,
piove. Da due giorni i balconi trasmettono il mondo in umido, come occhi coperti di lacrime. Sono in pigiama e ho fame. Su Sky danno I soliti sospetti: Kevin Spacey, che mito.
Fuori fa freddo. Troppo, per essere settembre. Il vento spoglia gli alberi e li piega al suo respiro; il sole sembra lontano un milione di giorni.
Napoli sotto la pioggia non ha senso senza di te. Nei vicoli del centro l’acqua rintrona come un torrente di montagna. Ogni volta che un fulmine cade tra i palazzi, gli antifurti del quartiere brillano come bombe.
Porto i miei pensieri in processione per il Rettifilo e mi sento solo, l’ombrello impugnato come il gonfalone di una casata decaduta. Ho l’impressione che sia troppo grande per una sola persona.
All’Università ho incontrato Paolo. Quel Paolo.
Sembrava felice di vedermi: non poteva immaginare che non era stato il Caso a condurmi da lui.
Mi ha chiesto di te. Gli ho detto che Bologna ti sembra cucita addosso e mi ha dato ragione.Mi dà sempre ragione: forse per questo lo odio. O forse perché a lui riusciva naturale ciò che a me sembrava impossibile.
Quando l’ho riaccompagnato a casa pioveva ancora forte. Via Mezzocannone puzzava di nuvole che sgravano e asfalto scivoloso. Per la prima volta, dietro Palazzo Giusso non ho trovato bambini che giocavano a pallone.
Arrivati sotto casa, Paolo mi ha chiesto se volessi salire. Così, per Caso.
Nel tugurio che divideva con altri quattro studenti c’era puzza di sugo bruciato e di bava di evidenziatore.  Non era cambiato molto dall’ultima volta che c’avevo messo piede, un paio di anni fa.
Anche camera sua sembrava la stessa: il poster di Ronaldo alle pareti, la mensola piena di bottiglie vuote, le foto di Amsterdam sulla scrivania. In una ci siete tu e lui abbracciati a Piazza Dam. Neppure quello era un Caso, non poteva esserlo.
Mi ha chiesto di aspettarlo in cucina mentre andava al cesso, che tanto in casa non c’era nessuno, ma non mi sono mosso da lì.
Avresti dovuto vedere la faccia che ha fatto quando è ritornato, Sara, avresti proprio dovuto vederla. Non capiva, pensava scherzassi. Cosa ci può essere di divertente nel collo di una Glock?
L’ho fatto stendere sul letto e mi sono seduto a cavalcioni su di lui. Sentivo la paura che gli colava tra le gambe e stavo bene, Sara, per la prima volta da molti mesi a questa parte stavo bene.
Lui invece non sembrava dello stesso avviso, anzi, cercava in tutti i modi di liberarsi di me. Sono sicuro che fosse geloso della mia felicità, ne voleva una tutta sua. Ma io non sono in grado di rendere felici le persone, Sara. Con te, ad esempio, non ci sono mai riuscito. Se provavo a farti ridere mi chiamavi stronzo, se mi avvicinavo per abbracciarti la tua schiena diventava di marmo, e quando ti compravo un regalo mi accusavi di essere materialista.
Paolo, invece, sapeva sempre cosa fare, cosa dire, come prenderti. Ho odiato le sue mani perché potevano aggrapparsi ai tuoi fianchi, mentre le mie dovevano nascondersi nelle tasche e morire di fame. Anche quando il mese prossimo tornerai da Bologna e gli chiederai di vedervi, lui correrà da te: farà scorrere le dita sul tuo corpo per accertarsi che non sia cambiato e ti spingerà contro di lui, contento di aver trovato inviolato il suo antico terreno di conquista.
Anche tu sarai felice di esserti mantenuta fedele per il tuo feudatario. Quando ti premerà la testa contro il suo glabro petto da ratto proverai l’istinto di non staccartene più, perché in fondo è casa tua – anche se non ci sei mai entrata e lui manco ti ha chiesto di farlo.
I nostri amici la chiamano sintonia. “Paolo e Sara sono in sintonia”, dicono. Io preferisco chiamarla schiavitù: è il Destino che vi ha unito, dal primo giorno che vi siete guardati. Non potete fare niente per cambiarlo, siete condannati a strisciare in ginocchio per sempre. Tu e lui, lui e te. L’uno sulle spalle dell’altra.
Io però posso cambiarlo, il destino, perché non sono quello di nessuno.
Perciò quando Paolo ha capito che il suo era nelle mani di una scheggia di Caso impazzita ha sussurrato il tuo nome: voleva che lo salvassi da quella imponderabile deviazione dal percorso.
Ma tu non sei Dio, Sara, ed io non sono bravo a perdonare.

Ti allego una foto. Mi perdonerai se non sorride come ad Amsterdam. In compenso io sono venuto bene.

Con affetto, tuo per sempre.