domenica 24 febbraio 2013

24 Dicembre

La Vigilia di Natale di quell'anno fu la più piovosa degli ultimi decenni, ma questo non impedì ai bravi cittadini  di Castelmarino di riversarsi nelle strade del centro per il tradizionale struscio* del 24.
Il Corso, Via Del Mare, Piazza Grande furono invasi dagli ombrelli, centinaia di ombrelli che sfilavano lenti e devoti come in quel quadro dell’800 di non mi ricordo mai quale pittore.

Io ero in giro con Occhi Blu. Occhi Blu non somigliava a nessuna delle ragazze che avevo conosciuto finora, e forse per questo me ne innamorai. 
Mi piaceva tutto di lei: il modo in cui sorrideva quando le scattavo una fotografia, le spirali che disegnava muovendo le mani a tempo con la musica, il suo modo impertinente di sporgere le labbra per esprimere disappunto o eccitazione. Nessun’altra donna riusciva a farmelo venire duro con un semplice sguardo, ed era tutto merito di quegli occhi luminosi ed indomiti che scandagliavano le pieghe dell’anima.

Quando la pioggia si fece più forte e la gente si dissolse alla ricerca di un posto dove ripararsi, io e Occhi Blu ci trovammo faccia a faccia sotto lo stesso ombrello e ci baciammo. 
Le diedi prima un bacio piccolo, come un pegno in un gioco tra bambini, poi il suo sapore si mischiò al mio in maniera sempre più decisa ed armoniosa, e quando le nostre fronti furono imperlate di acqua fredda e i capelli imbevuti di pioggia, ci appartammo sotto a un portone in Via IV Novembre fin quando non spiovve.
Per la prima volta capii perché qualcuno considera i baci dei palcoscenici sull'immortalità. Protetto solo dalla nostra intimità, la morte mi sembrava lontanissima da me e da Lei, che mi circondava col suo odore di bosco e mi annegava nei suoi occhi di mare per tenermi lontano da tutto il dolore del mondo.

Meno di un mese dopo, Occhi Blu scappò tra le braccia dell’uomo che da lì a poco sarebbe diventato suo marito, ed io sentii i miei sogni schiantarsi ad uno ad uno contro il muro di indifferenza silenziosa che avevamo alzato tra di noi. Non riuscivo neppure più a guardarla negli occhi, quegli stessi occhi in cui avevo affogato desideri e speranze e che il buonsenso un po’ ipocrita con cui si elabora ogni lutto mi aveva imposto di evitare.
Così, quando in un pomeriggio di metà primavera mi ritrovai a passare davanti a quel portone di Via IV Novembre, mi sembrò di ammirare il mausoleo di un sentimento morto troppo in fretta, un altare di sabbia in riva al mare, come in quella canzone di non mi ricordo mai quale cantante.
Fu così per molti anni. Ma oggi, se vi capita di passare da quelle parti, sulla soglia del portone potrete notare una piccola scritta:

“Qui, il 24 dicembre, un uomo si è affacciato per mezz’ora sull’eternità”.

* passeggio

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