Come si può detestare e al tempo stesso adattarsi
così facilmente a ciò che si detesta?
(Milan Kundera)
Nell’istante stesso in cui i suoi occhi si spalancarono
per la 23725sima volta sul mondo dei vivi, il professor Leonard Vögelman si
accorse che mancava qualcosa.
Quando si affacciò nell’armadio per appellarsi allo
specchio nascosto nell’anta, l’odore di secoli di vestiti a giacca e spray
antitarme gli si ficcò nelle nari facendolo sacramentare.
A prima vista non sembrava cambiato rispetto alla sera
prima, quando – intorno alle undici, come al solito – s’era messo a letto
sperando di svegliarsi nello stesso posto in cui si era addormentato.
Un secondo e più approfondito sguardo rivelò la presenza
di un sentiero di minuscoli cardi, fioriti durante la notte sulle guance e
intorno alla bocca. Primavera di barba a parte, non era cambiato nulla: la
pelle pallida e cadente era ancora tenacemente attaccata alle ossa corrose dall’età;
le dita delle mani sembravano sempre crudeli artigli di avvoltoio e i pochi
capelli aggrappati alla testa continuavano a ricordare dei filamenti di stoppa
incanutiti dal tempo. Tutto regolare, insomma, eppure qualcosa continuava a
mancare: un pezzo, un incastro, un respiro di cellule.
Fuori dalla finestra, Praga somigliava all’incubo
architettonico in cui era stata trasformata dai registi innamorati della Guerra.
I palazzi del Josefov si impiccavano a un cielo protesto come uno scudo
d’argento contro chi gli si volgeva in cerca di soccorso.
È proprio di Praga somigliare a certe malinconie a lunga
conservazione, come quella che affliggeva Vögelman da quando il cuore di sua
sorella aveva smesso di battere a causa di un infarto notturno. Essendo
entrambi vedovi, farsi compagnia a vicenda era l’unico modo per attraversare la
solitudine senza sparasi un colpo in testa o strapparsi le ovaie. Per questo il
vuoto che aveva lasciato andava misurato non solo dal punto di vista
geometrico, ma anche da quello materiale, perché era nell’economia della
giornata che la sua assenza pesava di più.
Non era però la sorella l’origine della sua inquietudine.
C’era qualcos’altro che mancava, che si era staccato dal suo corpo ingobbito e
prosciugato di ogni vigore. Qualcosa che aveva a che fare con lo spirito, e che
nessuno specchio avrebbe mai mostrato.
Squillò il telefono. All’altro capo della linea c’era suo
fratello Jacob.
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Auguri di buon compleanno, Leonard. Sono sessantacinque
quest’anno, vero?
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