giovedì 21 febbraio 2013

Praga



Come si può detestare e al tempo stesso adattarsi
così facilmente a ciò che si detesta?
(Milan Kundera)



Nell’istante stesso in cui i suoi occhi si spalancarono per la 23725sima volta sul mondo dei vivi, il professor Leonard Vögelman si accorse che mancava qualcosa.
Quando si affacciò nell’armadio per appellarsi allo specchio nascosto nell’anta, l’odore di secoli di vestiti a giacca e spray antitarme gli si ficcò nelle nari facendolo sacramentare.
A prima vista non sembrava cambiato rispetto alla sera prima, quando – intorno alle undici, come al solito – s’era messo a letto sperando di svegliarsi nello stesso posto in cui si era addormentato.
Un secondo e più approfondito sguardo rivelò la presenza di un sentiero di minuscoli cardi, fioriti durante la notte sulle guance e intorno alla bocca. Primavera di barba a parte, non era cambiato nulla: la pelle pallida e cadente era ancora tenacemente attaccata alle ossa corrose dall’età; le dita delle mani sembravano sempre crudeli artigli di avvoltoio e i pochi capelli aggrappati alla testa continuavano a ricordare dei filamenti di stoppa incanutiti dal tempo. Tutto regolare, insomma, eppure qualcosa continuava a mancare: un pezzo, un incastro, un respiro di cellule.
Fuori dalla finestra, Praga somigliava all’incubo architettonico in cui era stata trasformata dai registi innamorati della Guerra. I palazzi del Josefov si impiccavano a un cielo protesto come uno scudo d’argento contro chi gli si volgeva in cerca di soccorso.
È proprio di Praga somigliare a certe malinconie a lunga conservazione, come quella che affliggeva Vögelman da quando il cuore di sua sorella aveva smesso di battere a causa di un infarto notturno. Essendo entrambi vedovi, farsi compagnia a vicenda era l’unico modo per attraversare la solitudine senza sparasi un colpo in testa o strapparsi le ovaie. Per questo il vuoto che aveva lasciato andava misurato non solo dal punto di vista geometrico, ma anche da quello materiale, perché era nell’economia della giornata che la sua assenza pesava di più.
Non era però la sorella l’origine della sua inquietudine. C’era qualcos’altro che mancava, che si era staccato dal suo corpo ingobbito e prosciugato di ogni vigore. Qualcosa che aveva a che fare con lo spirito, e che nessuno specchio avrebbe mai mostrato.

Squillò il telefono. All’altro capo della linea c’era suo fratello Jacob.
-          Auguri di buon compleanno, Leonard. Sono sessantacinque quest’anno, vero? 

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