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Perfetto – si congratulò Andrea, mostrandole il
pollice.
Era innamorato di lei. Non gliel’aveva mai detto perché
non sapeva incassare: per resistere ai colpi bisogna avere l’addome temprato, e
il suo non lo era affatto. Si sarebbe tenuto tutto dentro fin quando non ne avrebbe
avuto abbastanza di notti insonni e pomeriggi da eunuco e si sarebbe prostrato
viscido e irresoluto al suo cospetto. Le avrebbe detto qualcosa tipo: “ti amo, ma
sto male perché so che non ti posso avere”, e infatti non l’avrebbe avuta.
Tornato a casa si sarebbe fatto una sega e avrebbe confessato ai suoi amici di sentirsi morire. Come se i sentimenti fossero roba da portarsi nella bara, e non la merda in cui sguazziamo ogni giorno della nostra vita.
Tornato a casa si sarebbe fatto una sega e avrebbe confessato ai suoi amici di sentirsi morire. Come se i sentimenti fossero roba da portarsi nella bara, e non la merda in cui sguazziamo ogni giorno della nostra vita.
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Ci spostiamo più là? - chiese
Zoe, indicando la scogliera – vorrei stare più vicino al mare.
Chiamalo mare. La cosiddetta “civiltà” lo aveva ridotto a
un corpo livido e rantolante. Ogni volta che si abbatteva sul bagnasciuga lasciava
dietro di se una bava velenosa.
Se foste passati di lì l’avreste visto anche voi: nessuno
gli si avvicinava più da eoni, nessuno era così stupido da farlo. Nessuno tranne
Zoe, ovviamente.
Nella sua vita precedente era stata un marinaio. Gliel’aveva
detto una zingara alla stazione, non molti anni fa. Per questo amava il mare,
per questo non temeva l’infezione.
Andrea, invece, cercava in tutti i modi di tenersi
lontano: il Malato lo spaventava, lo inorridiva. Quando Zoe si avvicinò alla
riva però non esitò a seguirla. Se foste passati lì l’avreste visto anche voi,
e l’avreste trovato patetico.
-
Nella mia vita precedente ero un marinaio – disse
lei, disegnando col piede una mezzaluna sulla sabbia
-
Un marinaio … maschio?
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Sì. Con la mia nave trasportavamo stoffe dalla
Spagna alla Turchia. Mi piaceva attraversare il Corno D’Oro, raccogliere nello
stesso sguardo Istanbul e Bisanzio, Hagia Sophia e la torre di Galata, le
cupole delle moschee e quelle delle cattedrali. Dov’è adesso il mio carico di Bellezza?
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Nella danza. Nel tuo talento. In questi momenti
insieme.
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Forse, ma non mi basta. Io rivoglio il mare, i gabbiani
che indicano la rotta, i profili delle città in lontananza. Non c’è niente per
me in questo mondo.
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Non scherzare, Zoe. Tu sei nata per danzare.
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Anche le meduse danzano. Forse sono una medusa.
Chinò il capo per sfilare l’elastico che le tappava i
capelli e lasciò che questi esplodessero, saltassero, sgorgassero dalla sua
nuca, come una schiuma odorosa che scoppia nell’aria in mille comete ramate.
In pochi attimi, Zoe sgusciò fuori dai suoi abiti e andò incontro
al Malato a passo di valzer.
Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.
Un’onda tossica le sbatté sul bacino infrangendosi in
mille cristalli scuri alle sue spalle.
Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.
Le gambe pallide affossate nell’acqua livida.
Se foste passati di lì l’avreste vista sparire in mezzo
ai flutti, come un tronco bianco portato al largo dalle correnti del golfo.
Avreste visto il braccio alzato in un saluto che non
sapeva affatto di addio ed Andrea crocifisso al bagnasciuga, prigioniero
dell’impotenza di una vita.
Non lambiccatevi il cervello: neanche se foste passati lì
avreste potuto cambiare le cose.
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