giovedì 21 febbraio 2013

Valzer (pt.2)


-          Perfetto – si congratulò Andrea, mostrandole il pollice.
Era innamorato di lei. Non gliel’aveva mai detto perché non sapeva incassare: per resistere ai colpi bisogna avere l’addome temprato, e il suo non lo era affatto. Si sarebbe tenuto tutto dentro fin quando non ne avrebbe avuto abbastanza di notti insonni e pomeriggi da eunuco e si sarebbe prostrato viscido e irresoluto al suo cospetto. Le avrebbe detto qualcosa tipo: “ti amo, ma sto male perché so che non ti posso avere”, e infatti non l’avrebbe avuta.
Tornato a casa si sarebbe fatto una sega e avrebbe confessato ai suoi amici di sentirsi morire. Come se i sentimenti fossero roba da portarsi nella bara, e non la merda in cui sguazziamo ogni giorno della nostra vita.
-          Ci spostiamo più là?  -  chiese Zoe, indicando la scogliera – vorrei stare più vicino al mare.
Chiamalo mare. La cosiddetta “civiltà” lo aveva ridotto a un corpo livido e rantolante. Ogni volta che si abbatteva sul bagnasciuga lasciava dietro di se una bava velenosa.
Se foste passati di lì l’avreste visto anche voi: nessuno gli si avvicinava più da eoni, nessuno era così stupido da farlo. Nessuno tranne Zoe, ovviamente.
Nella sua vita precedente era stata un marinaio. Gliel’aveva detto una zingara alla stazione, non molti anni fa. Per questo amava il mare, per questo non temeva l’infezione.
Andrea, invece, cercava in tutti i modi di tenersi lontano: il Malato lo spaventava, lo inorridiva. Quando Zoe si avvicinò alla riva però non esitò a seguirla. Se foste passati lì l’avreste visto anche voi, e l’avreste trovato patetico.
-          Nella mia vita precedente ero un marinaio – disse lei, disegnando col piede una mezzaluna sulla sabbia
-          Un marinaio … maschio?
-          Sì. Con la mia nave trasportavamo stoffe dalla Spagna alla Turchia. Mi piaceva attraversare il Corno D’Oro, raccogliere nello stesso sguardo Istanbul e Bisanzio, Hagia Sophia e la torre di Galata, le cupole delle moschee e quelle delle cattedrali. Dov’è adesso il mio carico di Bellezza?
-          Nella danza. Nel tuo talento. In questi momenti insieme.
-          Forse, ma non mi basta. Io rivoglio il mare, i gabbiani che indicano la rotta, i profili delle città in lontananza. Non c’è niente per me in questo mondo.
-          Non scherzare, Zoe. Tu sei nata per danzare.
-          Anche le meduse danzano. Forse sono una medusa.
Chinò il capo per sfilare l’elastico che le tappava i capelli e lasciò che questi esplodessero, saltassero, sgorgassero dalla sua nuca, come una schiuma odorosa che scoppia nell’aria in mille comete ramate.
In pochi attimi, Zoe sgusciò fuori dai suoi abiti e andò incontro al Malato a passo di valzer.

Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.

Un’onda tossica le sbatté sul bacino infrangendosi in mille cristalli scuri alle sue spalle.

Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.

Le gambe pallide affossate nell’acqua livida.

Se foste passati di lì l’avreste vista sparire in mezzo ai flutti, come un tronco bianco portato al largo dalle correnti del golfo.
Avreste visto il braccio alzato in un saluto che non sapeva affatto di addio ed Andrea crocifisso al bagnasciuga, prigioniero dell’impotenza di una vita.

Non lambiccatevi il cervello: neanche se foste passati lì avreste potuto cambiare le cose.    

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