Se in quel pomeriggio di metà ottobre foste passati di
lì, probabilmente l’avreste vista anche voi.
Si muoveva disegnando circoli e spirali sulla sabbia, in
quella che una volta era una spiaggia per famiglie ed oggi un cimitero di
bottiglie di birra, accendini e stronzi di cane.
Le braccia esili come steli di rosa alternavano estensioni
in longitudine e in latitudine: una volta era un parafulmine, un’altra un
ombrello, un’altra ancora un ago, una girandola, una bisettrice. Si alzava
nell’aria come un festone e ricadeva a terra in punta di piedi, senza peso.
Una volta, due volte, tre volte.
A tempo con una musica che sentiva solo lei.
Un valzer russo, forse.
Si chiamava Zoe. Non era il suo vero nome, ma lo
indossava bene.
Stando a quanto scriveva sul suo diario, “sopravvivere” era la cosa che le riusciva meglio. Un’affermazione banale, converrete, intrisa di quella causticità che i giovani confondono con l’anticonformismo.
Stando a quanto scriveva sul suo diario, “sopravvivere” era la cosa che le riusciva meglio. Un’affermazione banale, converrete, intrisa di quella causticità che i giovani confondono con l’anticonformismo.
“Io so solo sopravvivere”.
Come se nessuno si fosse accorto di cosa era veramente capace: ballare, danzare, raccontare
storie utilizzando il corpo come un alfabeto.
Qualche metro più in là c’era Andrea. Se foste passati di
lì l’avreste visto poggiato alle ringhiere con una Nikon tra le mani. L’occhio
vitreo della macchina sminuzzava i movimenti di Zoe in tanti piccoli istanti
senza gravità, cosicché di un grand jeté si potevano gustare tutti i
particolari: le punte dei piedi aggrappate alla sabbia, i polpacci in tensione
prima del salto, i muscoli delle cosce che fluttuavano sottopelle nell’attimo
infinito della librazione.
Nei pomeriggi scevri tra un feriale e l’altro, lui e Zoe si
incontravano sull’arenile: Andrea le puntava addosso il becco affamato della sua
creatura e lei gli dava in pasto i suoi quadricipiti flessi, e le piccole,
microscopiche perle di sudore che le squamavano il collo dopo ogni piroetta.
-
Fammi il compasso, Zoe.
Zoe allungò la gamba in avanti e la richiuse poggiandola
all’altra.
Come un compasso, appunto.
Sempre una volta, due volte, tre volte. Sempre disegnando
circoli e spirali.
Ogni tanto immaginava di esibirsi al Metropolitan di New
York, con l’orchestra di professori che suonava un valzer di Shostakovich e l’occhio di bue che la inseguiva su e giù per il
palco.
Apri, chiudi, gira.
Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.
Librarsi sui violini, atterrare sugli ottoni.
Gli applausi, gli inchini, le piogge di rose sul palco.
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