L'unica cosa che mi interessa è lo stile
(James Joyce)
Era davvero una buona giacca. Nera, di stoffa spessa,
molto elegante. L’avevo comprata in un centro commerciale, ma questo non
sminuiva affatto il suo valore: restava una buona giacca, la mia preferita,
quella che conservavo per le occasioni importanti.
Nella valigia per Dublino non c’era. Fu mia madre a
chiedermi di portarla: temeva che il giubbotto che indossavo di solito non
fosse in grado di proteggermi dai fendenti del gelido vento irlandese.
Insieme, io e la mia giacca abbiamo incrociato la
colorata umanità di Grafton Street,
attraversato il parco di St.Stephen’s sotto un insolito sole marzolino e
bevuto Guinness guardando la città da una specie di astronave di vetro.
La penultima sera di viaggio – era da poco passata la
mezzanotte, lo ricordo bene - io e i miei compagni ce ne stavamo seduti su una
panca fuori al Temple Bar, indecisi se tornare in albergo o restare ancora un
po’a goderci l’aria buona della sera. Fu allora che di là delle mura sentii risuonare
degli accordi a me familiari.
With or without you.
Schizzai dentro trascinandomi appresso il mio migliore
amico e mi unii al coro degli irlandesi ubriachi. Poggiai la giacca su un
pomello e rimasi lì a sgolarmi per più di due ore, completamente rapito dal
suono incrociato delle chitarre e dei violini.
A fine serata la giacca non c’era più. Aspettammo la
chiusura per poterla cercare meglio, ma fu inutile: qualcuno per sbaglio se
l’era infilata addosso ed era uscito da lì senza lasciarmi neanche il tempo di
salutarla.
Quando fui di nuovo in albergo, con la camicia madida di
sudore, la voce ridotta a un rantolo arrochito e nelle orecchie ancora la scia
supersonica delle chitarre, avere una giacca mi sembrò l’ultima cosa di cui dovermi
preoccupare.
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