venerdì 15 novembre 2013

Nuvola D'Oro


Me ne stavo seduto sugli spalti a guardarla nuotare. Viaggiava a pelo d’acqua con la leggerezza delle libellule, eseguendo una serie di movimenti ad orologeria perfezionati in anni e anni di esercizio. Buttava la testa sotto e usciva respirando forte; poi apriva le braccia in un movimento solenne e minaccioso e le richiudeva abbracciando l’acqua davanti a se. Le gambe erano due eleganti pagaie che macinavano chilometri di cloro e di schiuma, le spalle due muscolosi e infaticabili ingranaggi. 
Eravamo rimasti soli. Nella penombra dell’orario di chiusura, la piscina della vecchia polisportiva brillava come una fetta di cielo sereno in mezzo ad una galassia senza stelle. Nuvola D’Oro – era questo il suo nome, o almeno così mi piaceva chiamarla – scivolava avanti e indietro lungo la terza corsia, come un pensiero insistente e soave.
Vedendomi sugli spalti, nuotò fino al bordo della piscina e, poggiando le braccia imperlate di cloro sulle mattonelle, mi invitò a raggiungerla a bordo vasca.
-          Tuffati anche tu – disse.
Provai a obiettare che non avevo il costume, ma non volle sentire ragioni. Mi slacciò le scarpe e svolazzò di nuovo al centro della piscina. Con una pinnata, alzò un soffio di spuma e mi bagnò i pantaloni. Solitamente, non era così che ci riusciva. Mi tuffai e la raggiunsi al centro della vasca.
-          Ciao – gnaulò – e ci baciammo.
Allora cominciò a nuotarmi intorno, spingendosi prima su un fianco e poi sull’altro. Disegnò quattro o cinque cerchi nell’acqua e aspettò che io facessi lo stesso. Aveva inventato una danza di cui, a turno, ognuno era il sole attorno cui ruotava l’altro. A fine giro ci ritrovammo di nuovo faccia e faccia e ci demmo un altro bacio. O forse era un morso, non ricordo. So solo che lei mi porse le spalle e mi chiese di appoggiarmici.
-          Forza, dai – insistette, cercando di vincere le mie remore
Mi avvicinai e mi attaccai alla sua schiena con un gesto impacciato. Nuvola D’Oro si sdraiò sull’acqua e riprese a nuotare, trainandomi su e giù per la vasca. Sentivo i suoi muscoli elastici e sodi guizzare sotto di me ad ogni bracciata, e questo mi rassicurava. Pensai di farmi una casa tra i suoi dorsali, di dormirci per sempre mentre mi trasportava lungo tutti gli oceani della Terra. Era questo di cui avevo bisogno, forse: di essere portato alla deriva. O solamente di una schiena a cui appoggiare tutte le mie malinconie.

venerdì 18 ottobre 2013

10 euro

Quando posso, passando dal vecchio cimitero di via Pascoli cerco sempre di fermarmi sulla tomba di Rino Ferrara. Se non lo faccio spesso è soltanto perché tutte quelle lapidi mi ricordano la spietata democrazia del Tempo, e alla mia età già ci si riflette troppo anche senza uscire di casa.
Ad ogni buon conto, l'altro ieri , dopo molto tempo decisi di passare per il vecchio cimitero di via Pascoli e salutare il mio amico Rino. Avevo comprato un fascio di calle, i suoi fiori preferiti, e volevo che ne rinfrancassero il riposo. Come sempre, entrando schivai la zingara cenciosa che ti aspetta in agguato ai cancelli e mi accodai alle vedove che sfilavano tra le tombe seguendo un itinerario di ossequi e appuntamenti in cui il rispetto si confondeva con la malinconia dell'essere sopravvissuti.


Mentre poggiavo i fiori ai piedi della lapide, un uomo distinto, di poco più giovane di me, si accostò al loculo. Portava un vestito a giacca beige e un paio di occhiali scuri che gli conferivano un'aria tutto sommato affidabile. All'inizio si teneva distante, anzi parallelo a me. Poi, in maniera quasi impercettibile, avanzò fino a ritrovarsi al mio fianco.
- Era un suo parente? - mi chiese, a bassa voce.
- No, collega.
- Quindi anche lei era ...
- ... un insegnante, sì. Lei è un parente?
- Conoscente.
- Ah ecco. Non mi sembrava di conoscerla, infatti.
- Non ci frequentavamo molto, ma gli volevo bene. Era una persona squisita, di altissimi valori morali.
- Assolutamente! Un uomo probo, esemplare!.
- Esatto: esemplare.
- ...
- ...
- Certo, qualche volta si è lasciato andare ai piaceri della carne...
- Ah, non lo biasimo! "Chi è senza peccato scagli la prima pietra" diceva Nostro Signore, e non mi sembra di vedere sassaiole ...
- Affatto.
- Mi dispiace per la moglie, povera donna.
- Ha vissuto il lutto con dignità, per grazia di Dio.
- E' sempre stata una femmina forte.
- Con un uomo così al suo fianco, era il minimo.
- Infatti. Che Dio la benedica.
Rimanemmo in silenzio a fissare la lapide, cercando di recuperare l'intimità dei nostri pensieri. Mi sentivo osservato e molto stupido: nel buio della mente mi sfilavano convenevoli e cronache che volevo condividere con Rino, in una specie di dialogo senza interlocutore, ma la presenza di quell'ometto impiccione mi metteva a disagio.
Così, senza temere di sembrare sgarbato, gli chiesi di allontanarsi un attimo.
- Ma si figuri, faccia pure! - rispose lui, prodigandosi in gesti di eccessiva condiscendenza.

Rimasi cinque minuti buoni da solo in silenzio, a pregare per Rino e ad aggiornarlo telepaticamente sul lento scorrere della mia vita. Poi aggiustai la giacca imbizzarrita dal vento e mi avviai all'uscita.
- Signore, ehi, signore! - urlò l'ometto impiccione, sbucando da dietro una cappella.
Mi fermai.
- Sono 10 euro - mi disse, porgendomi la mano aperta.
- Per cosa? - risposi io.
- Beh, per il supporto morale. Per la compagnia ci sarebbe poi un piccolo extra, ma voi mi siete simpatico e quindi offre la casa.
- Supporto morale?
- Sì, per la visita al vostro amico defunto. Io non lo conoscevo, ma voi sì, ed eravate tutto solo, così ho pensato che potevate essere un potenziale cliente.
- Cliente? Non capisco ...
- Guardate, è semplicissimo: io ogni mattina, alle 6, vengo qui al cimitero e aspetto quelli come voi. Gente che viene a salutare un amico, un parente, un conoscente ma non ha un cane che li accompagni. Ed è qui che entro in scena io: vi sto vicino, vi faccio parlare un po' del defunto, mi addoloro come se lo conoscessi. In questo modo, non si acuisce quella spiacevole sensazione di finitudine che vi costringe a pensare che presto toccherà a voi stare dall'altra parte del terreno. Mi sono spiegato?
- Praticamente, siete un valletto del dolore.
- E che brutta espressione che avete usato, dottò! "Valletto del dolore" ... mi fa sembrare uno sciacallo! Io sono solo un uomo che fa una buona azione. Dite, a voi vi è dispiaciuto avere a che fare con me?
- Un poco.
- Su, siate buono.
- Ve lo giuro. Io non sono di quelli che soffrono la solitudine e pensano che dovranno morire!
- Dottò, ma chi volete prendere in giro? Ce le avete scritte in faccia certe cose! Appena siete entrato qua dentro vi siete rabbuiato manco dovevano metterci voi sottoterra! Io vi offerto 5 minuti di chiacchiere distensive, forse un po' convenzionali, ma vi ho alleggerito il dovere della visita. Mi volete condannare per questo?
Ci pensai a lungo. Sbuffai.
Non sapevo che dire.
- Ecco, appunto - gongolò lui, vittorioso - 10 euro, grazie.


martedì 20 agosto 2013

Bruxelles

Uscendo dalla galleria, il treno si bagnò di tenera luce solare. Dopo una giornata di pioggia, l'aria era rimasta effervescente, ma delle vigorose pennellate di azzurro donavano nuova speranza al mio pomeriggio.
Bisognava vedere il cielo sereno di Bruxelles per apprezzare la paciosa serenità delle nuvole di Magritte, pensai, come se qualcuno mi potesse ascoltare.

Viaggiavo sulla linea 6 della metropolitana, da Heysel verso Gare du Nord. Mentre sfrecciavamo piano tra le periferie, guardavo le case di mattoni bruni e i loro candidi abbaini, immaginando la vita di chi aveva la fortuna di abitarvici.

La mia, di casa, era lontana. Giù, in Italia, a Napoli.
A volte mi manca molto - di notte, soprattutto, quando sono solo (è ovvio). Oppure quando, dopo l'ennesimo falafel, avrei soltanto voglia di chiamare mia madre e chiederle di cucinare per me.
Altre volte, invece, mi sento ben impiantato qui, nel tessuto umano della città. Quando bevo birra nelle brasserie e dopo, preda della chimica, mi infilo in un fast food pieno di arabi o altri randagi notturno e mi sbafo un paio di carton-burger col bacon,  mi sento figlio della grande città, di un'Europa che somiglia sempre più all'America ma che non perde un briciolo del suo fascino di grande madre della Civiltà.

Quando poi mi manca Napoli, come un turista mi imbuco in un pub a Platterseen e ordino una zuppa di cozze (che qui cuociono in un succulento brodo vegetale di sedano, carote e cipolla). Oppure, la domenica mattina, sbuco da Lemmonier al mercato di Gare Du Midi, caotico e speziato come tutti i mercati del mondo, per assorbire il colore e il calore del sud del mondo.

Anche oggi pomeriggio ho avuto un attacco di appucundria.
Poi, sgusciando fuori dal treno a Gare du Midi, una ninfa dai capelli ambrati come birra d'abbazia, il nasino gentile e gli occhi blu - blu! blue come pietre preziose! - mi ha sorriso.
E allora viva Bruxelles, viva il Belgio, viva le giovani ninfe viaggiatrici!

Jazz

Coltrane l'ha pensata, Miles Davis l'ha suonata ed io, che l'ho amata fino agli spasmi, l'ho resa lo standard su cui continuo a improvvisare quasi ogni giorno.
Si chiamava -anzi, si chiama, perché da qualche parte di sicuro suona ancora per qualcuno - Delia. Delia Dagli Occhi Di Tempesta e i Capelli Di Miele e D'Autunno, precisamente.
L'ho conosciuta nel luglio di quattro anni fa (quattro anni fa? Sì? Sì).Piaceva a Long Joe, il mio migliore amico. Mi sembrava simpatica, ma niente di più: una bella ragazza, ma troppo diversa da ciò che pensavo potesse assomigliarmi.

Poi Long Joe fu silurato, e Delia cominciò a suonare nella mia testa.

Come tutti i grandi pezzi - So what di Miles Davis, In a sentimental mood di Coltrane, Unsquare dance di Brubeck - partì piano, soffusamente.
Poi esplose. In un bacio e caldo e lunghissimo, tutto ritmo e buon sapore.

Tum-tum-cha-tumchà-tumchà.

La batteria di Buddy Rich, il sax di Maceo Parker, il basso di Charles Mingus: Delia era tutto questo, ed anche di più.
Baciarla era come ingoiare una galassia effervescente; nel sancta sanctorum delle nostre bocche, la sua lingua danzava attorno alla mia come un'indemoniata Salomè.
Eravamo a pochi giorni da Natale, e sebbene io quel periodo lo associo naturalmente alle soffici ballate di Ella, Delia riuscì a trasformare il candido scorrere delle vigilie in un infuocato be-bop à la Charlie Paker (now's the time!).

Che donna, Delia ...
Ghiaccio bollente!
Blu elettrico!

Quando tra noi finì, ci rimasi ovviamente di merda.
"Non me lo merito", pensai prima.
"Non me la meritavo", pensai dopo, guardando indietro a quello che mi era capitato.

Ora non so dove sia e con chi sia e perché ci sia, ma quando guardo indietro, e vedo lei, in un angolo della mia testa un be-bop comincia a suonare, e non mi va' mai di farlo smettere.

giovedì 2 maggio 2013

Massaquano

Eravamo vicini, me lo sentivo. Sulla strada per l'Infinito, finalmente.
Dopo i primi dieci minuti di curve già avvertivo l'odore dei boschi, della legna, dei tigli.
Avevamo lasciato la civiltà borghese e cosmopolita della Penisola Sorrentina e ci avviamo verso la sommità del Monte Faito, lì dove il Golfo di Napoli non è che un silenzioso tappeto di case e la macchia mediterranea sgorga potente dalla terra.

Massaquano è a metà strada tra Vico Equense e la cima. E' un borgo lillipuziano ancora sconosciuto, e che quindi lo snobismo un po' egoista di chi è geloso della Bellezza vorrebbe restasse sempre segreto.
Ogni volta che passo di lì non resisto alla tentazione di commentare "questo è uno degli scorci più belli d'Italia". I miei amici non me ne fanno una colpa, o almeno si limitano a una disinteressata approvazione: da buoni realisti, sanno che l'Iperbole è l'artemisia dei poeti.
Poi ho scoperto che nella cappella di Santa Lucia sono conservati affreschi della scuola di Giotto: il settimo senso di cui tutti gli scrittori sono intrinsecamente dotati non aveva fallito neppure stavolta.
(Il sesto senso, per chi non lo sapesse, è la chiaroveggenza).

Così chiesi al mio migliore amico di fermarci un attimo.
"Devo andare al bagno".
Ero poco credibile, considerando che eravamo partiti da non più di venti minuti.
Parcheggiammo in una stradina e scesi da solo.
Nel borgo c'erano anziani che discutevano tra loro, parlando uno strano napoletano - gonfio, ruvido, diffidente.
Quindi mi ritrovai ai piedi della cappella. Salii i bianchi gradini che conducevano al suo arcuato cospetto col cuore che mi batteva forte (mi capita sempre, prima di un incontro ravvicinato con l'Eterno).
Quello che vidi dentro non si può raccontare: non renderebbe giustizia alla Santa Bellezza che possiamo trovare ad ogni angolo di strada, e neanche credo di esserne capace.

Non so per quanto tempo restai lì dentro: so solo che non uscii prima di aver assaporato tutto fino ad impastarmi la bocca e gli occhi con tutta quella Grazia.

Quando tornai in macchina, i miei amici stavano cantando una canzone di almeno dieci anni fa.
"Ci hai messo un po'" mi dissero.
"Il tempo giusto", risposi.

mercoledì 27 febbraio 2013

Forme uniche nella continuità dello spazio.

Correre.
Forte, fortissimo.
Fino a fare vento, fino a tagliare l'aria.

Ricordi come correvi da bambino? Eri goffo, scomposto, molliccio. Spingevi indietro le braccia e non ti pesavano più. Ti lanciavi sul rettilineo proiettato nell'infinito, ma la tua corsa si esauriva in una posa scalena, smorta, affaticata. Ti piegavi sulle ginocchia, la lingua da fuori come un cane: senza fiato, ma felice. I polmoni aperti nella schiena e verso il mondo.
Da cosa scappavi? A cosa volevi andare incontro?

Correre, adesso.
Sempre forte, fortissimo.
Fin quando non ti farà male respirare.

Ingoia le luci della città.
Nutriti della troposfera.
Specchiati nei volti di chi aspetta agli angoli delle strade, nelle gole dei palazzi, sul liminare dei negozi.
Specchiati negli occhi delle auto.
(No, quello no, c'è sempre qualcuno dentro quando lo fai).

Da cosa scappi? A cosa vuoi andare incontro?


#futurismo #egocentrismo #libertà.


domenica 24 febbraio 2013

Una foto scattata per Caso


È una canzone d’amore
amore sperimentale
amore antisociale
(Giorgio Canali & Rossofuoco)


Cara Sara,
piove. Da due giorni i balconi trasmettono il mondo in umido, come occhi coperti di lacrime. Sono in pigiama e ho fame. Su Sky danno I soliti sospetti: Kevin Spacey, che mito.
Fuori fa freddo. Troppo, per essere settembre. Il vento spoglia gli alberi e li piega al suo respiro; il sole sembra lontano un milione di giorni.
Napoli sotto la pioggia non ha senso senza di te. Nei vicoli del centro l’acqua rintrona come un torrente di montagna. Ogni volta che un fulmine cade tra i palazzi, gli antifurti del quartiere brillano come bombe.
Porto i miei pensieri in processione per il Rettifilo e mi sento solo, l’ombrello impugnato come il gonfalone di una casata decaduta. Ho l’impressione che sia troppo grande per una sola persona.
All’Università ho incontrato Paolo. Quel Paolo.
Sembrava felice di vedermi: non poteva immaginare che non era stato il Caso a condurmi da lui.
Mi ha chiesto di te. Gli ho detto che Bologna ti sembra cucita addosso e mi ha dato ragione.Mi dà sempre ragione: forse per questo lo odio. O forse perché a lui riusciva naturale ciò che a me sembrava impossibile.
Quando l’ho riaccompagnato a casa pioveva ancora forte. Via Mezzocannone puzzava di nuvole che sgravano e asfalto scivoloso. Per la prima volta, dietro Palazzo Giusso non ho trovato bambini che giocavano a pallone.
Arrivati sotto casa, Paolo mi ha chiesto se volessi salire. Così, per Caso.
Nel tugurio che divideva con altri quattro studenti c’era puzza di sugo bruciato e di bava di evidenziatore.  Non era cambiato molto dall’ultima volta che c’avevo messo piede, un paio di anni fa.
Anche camera sua sembrava la stessa: il poster di Ronaldo alle pareti, la mensola piena di bottiglie vuote, le foto di Amsterdam sulla scrivania. In una ci siete tu e lui abbracciati a Piazza Dam. Neppure quello era un Caso, non poteva esserlo.
Mi ha chiesto di aspettarlo in cucina mentre andava al cesso, che tanto in casa non c’era nessuno, ma non mi sono mosso da lì.
Avresti dovuto vedere la faccia che ha fatto quando è ritornato, Sara, avresti proprio dovuto vederla. Non capiva, pensava scherzassi. Cosa ci può essere di divertente nel collo di una Glock?
L’ho fatto stendere sul letto e mi sono seduto a cavalcioni su di lui. Sentivo la paura che gli colava tra le gambe e stavo bene, Sara, per la prima volta da molti mesi a questa parte stavo bene.
Lui invece non sembrava dello stesso avviso, anzi, cercava in tutti i modi di liberarsi di me. Sono sicuro che fosse geloso della mia felicità, ne voleva una tutta sua. Ma io non sono in grado di rendere felici le persone, Sara. Con te, ad esempio, non ci sono mai riuscito. Se provavo a farti ridere mi chiamavi stronzo, se mi avvicinavo per abbracciarti la tua schiena diventava di marmo, e quando ti compravo un regalo mi accusavi di essere materialista.
Paolo, invece, sapeva sempre cosa fare, cosa dire, come prenderti. Ho odiato le sue mani perché potevano aggrapparsi ai tuoi fianchi, mentre le mie dovevano nascondersi nelle tasche e morire di fame. Anche quando il mese prossimo tornerai da Bologna e gli chiederai di vedervi, lui correrà da te: farà scorrere le dita sul tuo corpo per accertarsi che non sia cambiato e ti spingerà contro di lui, contento di aver trovato inviolato il suo antico terreno di conquista.
Anche tu sarai felice di esserti mantenuta fedele per il tuo feudatario. Quando ti premerà la testa contro il suo glabro petto da ratto proverai l’istinto di non staccartene più, perché in fondo è casa tua – anche se non ci sei mai entrata e lui manco ti ha chiesto di farlo.
I nostri amici la chiamano sintonia. “Paolo e Sara sono in sintonia”, dicono. Io preferisco chiamarla schiavitù: è il Destino che vi ha unito, dal primo giorno che vi siete guardati. Non potete fare niente per cambiarlo, siete condannati a strisciare in ginocchio per sempre. Tu e lui, lui e te. L’uno sulle spalle dell’altra.
Io però posso cambiarlo, il destino, perché non sono quello di nessuno.
Perciò quando Paolo ha capito che il suo era nelle mani di una scheggia di Caso impazzita ha sussurrato il tuo nome: voleva che lo salvassi da quella imponderabile deviazione dal percorso.
Ma tu non sei Dio, Sara, ed io non sono bravo a perdonare.

Ti allego una foto. Mi perdonerai se non sorride come ad Amsterdam. In compenso io sono venuto bene.

Con affetto, tuo per sempre.

24 Dicembre

La Vigilia di Natale di quell'anno fu la più piovosa degli ultimi decenni, ma questo non impedì ai bravi cittadini  di Castelmarino di riversarsi nelle strade del centro per il tradizionale struscio* del 24.
Il Corso, Via Del Mare, Piazza Grande furono invasi dagli ombrelli, centinaia di ombrelli che sfilavano lenti e devoti come in quel quadro dell’800 di non mi ricordo mai quale pittore.

Io ero in giro con Occhi Blu. Occhi Blu non somigliava a nessuna delle ragazze che avevo conosciuto finora, e forse per questo me ne innamorai. 
Mi piaceva tutto di lei: il modo in cui sorrideva quando le scattavo una fotografia, le spirali che disegnava muovendo le mani a tempo con la musica, il suo modo impertinente di sporgere le labbra per esprimere disappunto o eccitazione. Nessun’altra donna riusciva a farmelo venire duro con un semplice sguardo, ed era tutto merito di quegli occhi luminosi ed indomiti che scandagliavano le pieghe dell’anima.

Quando la pioggia si fece più forte e la gente si dissolse alla ricerca di un posto dove ripararsi, io e Occhi Blu ci trovammo faccia a faccia sotto lo stesso ombrello e ci baciammo. 
Le diedi prima un bacio piccolo, come un pegno in un gioco tra bambini, poi il suo sapore si mischiò al mio in maniera sempre più decisa ed armoniosa, e quando le nostre fronti furono imperlate di acqua fredda e i capelli imbevuti di pioggia, ci appartammo sotto a un portone in Via IV Novembre fin quando non spiovve.
Per la prima volta capii perché qualcuno considera i baci dei palcoscenici sull'immortalità. Protetto solo dalla nostra intimità, la morte mi sembrava lontanissima da me e da Lei, che mi circondava col suo odore di bosco e mi annegava nei suoi occhi di mare per tenermi lontano da tutto il dolore del mondo.

Meno di un mese dopo, Occhi Blu scappò tra le braccia dell’uomo che da lì a poco sarebbe diventato suo marito, ed io sentii i miei sogni schiantarsi ad uno ad uno contro il muro di indifferenza silenziosa che avevamo alzato tra di noi. Non riuscivo neppure più a guardarla negli occhi, quegli stessi occhi in cui avevo affogato desideri e speranze e che il buonsenso un po’ ipocrita con cui si elabora ogni lutto mi aveva imposto di evitare.
Così, quando in un pomeriggio di metà primavera mi ritrovai a passare davanti a quel portone di Via IV Novembre, mi sembrò di ammirare il mausoleo di un sentimento morto troppo in fretta, un altare di sabbia in riva al mare, come in quella canzone di non mi ricordo mai quale cantante.
Fu così per molti anni. Ma oggi, se vi capita di passare da quelle parti, sulla soglia del portone potrete notare una piccola scritta:

“Qui, il 24 dicembre, un uomo si è affacciato per mezz’ora sull’eternità”.

* passeggio

giovedì 21 febbraio 2013

Valzer (pt.1)



Se in quel pomeriggio di metà ottobre foste passati di lì, probabilmente l’avreste vista anche voi.
Si muoveva disegnando circoli e spirali sulla sabbia, in quella che una volta era una spiaggia per famiglie ed oggi un cimitero di bottiglie di birra, accendini e stronzi di cane.
Le braccia esili come steli di rosa alternavano estensioni in longitudine e in latitudine: una volta era un parafulmine, un’altra un ombrello, un’altra ancora un ago, una girandola, una bisettrice. Si alzava nell’aria come un festone e ricadeva a terra in punta di piedi, senza peso.
Una volta, due volte, tre volte.
A tempo con una musica che sentiva solo lei.
Un valzer russo, forse.  

Si chiamava Zoe. Non era il suo vero nome, ma lo indossava bene.
Stando a quanto scriveva sul suo diario, “sopravvivere” era la cosa che le riusciva meglio. Un’affermazione banale, converrete, intrisa di quella causticità che i giovani confondono con l’anticonformismo.
“Io so solo sopravvivere”.
Come se nessuno si fosse accorto di cosa era veramente capace: ballare, danzare, raccontare storie utilizzando il corpo come un alfabeto.

Qualche metro più in là c’era Andrea. Se foste passati di lì l’avreste visto poggiato alle ringhiere con una Nikon tra le mani. L’occhio vitreo della macchina sminuzzava i movimenti di Zoe in tanti piccoli istanti senza gravità, cosicché di un grand jeté si potevano gustare tutti i particolari: le punte dei piedi aggrappate alla sabbia, i polpacci in tensione prima del salto, i muscoli delle cosce che fluttuavano sottopelle nell’attimo infinito della librazione.
Nei pomeriggi scevri tra un feriale e l’altro, lui e Zoe si incontravano sull’arenile: Andrea le puntava addosso il becco affamato della sua creatura e lei gli dava in pasto i suoi quadricipiti flessi, e le piccole, microscopiche perle di sudore che le squamavano il collo dopo ogni piroetta.

-          Fammi il compasso, Zoe.
Zoe allungò la gamba in avanti e la richiuse poggiandola all’altra.
Come un compasso, appunto.
Sempre una volta, due volte, tre volte. Sempre disegnando circoli e spirali.
Ogni tanto immaginava di esibirsi al Metropolitan di New York, con l’orchestra di professori che suonava un valzer di Shostakovich e l’occhio di bue che la inseguiva su e giù per il palco.

Apri, chiudi, gira.

Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.  

Librarsi sui violini, atterrare sugli ottoni.

Gli applausi, gli inchini, le piogge di rose sul palco. 

Valzer (pt.2)


-          Perfetto – si congratulò Andrea, mostrandole il pollice.
Era innamorato di lei. Non gliel’aveva mai detto perché non sapeva incassare: per resistere ai colpi bisogna avere l’addome temprato, e il suo non lo era affatto. Si sarebbe tenuto tutto dentro fin quando non ne avrebbe avuto abbastanza di notti insonni e pomeriggi da eunuco e si sarebbe prostrato viscido e irresoluto al suo cospetto. Le avrebbe detto qualcosa tipo: “ti amo, ma sto male perché so che non ti posso avere”, e infatti non l’avrebbe avuta.
Tornato a casa si sarebbe fatto una sega e avrebbe confessato ai suoi amici di sentirsi morire. Come se i sentimenti fossero roba da portarsi nella bara, e non la merda in cui sguazziamo ogni giorno della nostra vita.
-          Ci spostiamo più là?  -  chiese Zoe, indicando la scogliera – vorrei stare più vicino al mare.
Chiamalo mare. La cosiddetta “civiltà” lo aveva ridotto a un corpo livido e rantolante. Ogni volta che si abbatteva sul bagnasciuga lasciava dietro di se una bava velenosa.
Se foste passati di lì l’avreste visto anche voi: nessuno gli si avvicinava più da eoni, nessuno era così stupido da farlo. Nessuno tranne Zoe, ovviamente.
Nella sua vita precedente era stata un marinaio. Gliel’aveva detto una zingara alla stazione, non molti anni fa. Per questo amava il mare, per questo non temeva l’infezione.
Andrea, invece, cercava in tutti i modi di tenersi lontano: il Malato lo spaventava, lo inorridiva. Quando Zoe si avvicinò alla riva però non esitò a seguirla. Se foste passati lì l’avreste visto anche voi, e l’avreste trovato patetico.
-          Nella mia vita precedente ero un marinaio – disse lei, disegnando col piede una mezzaluna sulla sabbia
-          Un marinaio … maschio?
-          Sì. Con la mia nave trasportavamo stoffe dalla Spagna alla Turchia. Mi piaceva attraversare il Corno D’Oro, raccogliere nello stesso sguardo Istanbul e Bisanzio, Hagia Sophia e la torre di Galata, le cupole delle moschee e quelle delle cattedrali. Dov’è adesso il mio carico di Bellezza?
-          Nella danza. Nel tuo talento. In questi momenti insieme.
-          Forse, ma non mi basta. Io rivoglio il mare, i gabbiani che indicano la rotta, i profili delle città in lontananza. Non c’è niente per me in questo mondo.
-          Non scherzare, Zoe. Tu sei nata per danzare.
-          Anche le meduse danzano. Forse sono una medusa.
Chinò il capo per sfilare l’elastico che le tappava i capelli e lasciò che questi esplodessero, saltassero, sgorgassero dalla sua nuca, come una schiuma odorosa che scoppia nell’aria in mille comete ramate.
In pochi attimi, Zoe sgusciò fuori dai suoi abiti e andò incontro al Malato a passo di valzer.

Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.

Un’onda tossica le sbatté sul bacino infrangendosi in mille cristalli scuri alle sue spalle.

Un, due, tre. Un, due, tre. Un, due, tre.

Le gambe pallide affossate nell’acqua livida.

Se foste passati di lì l’avreste vista sparire in mezzo ai flutti, come un tronco bianco portato al largo dalle correnti del golfo.
Avreste visto il braccio alzato in un saluto che non sapeva affatto di addio ed Andrea crocifisso al bagnasciuga, prigioniero dell’impotenza di una vita.

Non lambiccatevi il cervello: neanche se foste passati lì avreste potuto cambiare le cose.    

Barcellona



Tutto l'interesse dell'arte è nel principio.
Dopo il principio, è già la fine.
(Pablo Picasso)



La primavera ci colse all'uscita del ristorante, mentre attraversavamo le Ramblas per raggiungere Plaza Real. Un velo di pioggia sottile e odorosa c’aveva costretto a trovare riparo sotto un porticato, in mezzo a decine di altri studenti che come noi pascolavano per la città tra una visita al Barrio Gotico e una al Montjuic.
Mentre guardavamo l'eternità policroma delle macchine che sfilavano al di là degli archi, un uomo con un forte accento dell'Est ci avvicinò spalancando un'ala del giaccone.
-          Hashish? Marijuana? Tengo todos amigo, todos! Italiani?
Sorridemmo e ci voltammo da un'altra parte. Avevamo già dell’erba con noi, e anche se ne avessimo avuto bisogno, non l’avremmo di certo comprata da uno slavo che adescava sbarbatelli di quinta liceo in pieno centro città.
-          Italiani, hey! Amigos!
Da una tasca gli cadde il santino di una Madonna nera. La Vergine di Letnice, forse, o quella della Candelaria. Una tipa di un'altra scolaresca - probabilmente scozzese, a giudicare dai denti marci e i capelli color piscio - la raccolse da terra e gli corse dietro per riconsegnargliela. Lo slavo gliela sfilò avidamente dalle dita e poi la abbracciò forte, soffocandola col suo entusiasmo.
-          Thank you, thank you! - esclamò, in un inglese brutto e affilato.
Per un attimo temetti che volesse anche baciarla, poi sparì dietro il porticato e la ragazza poté tornare dai suoi amici.
Chissà quando si accorgerà che le ha rubato il cellulare, pensai.

Praga



Come si può detestare e al tempo stesso adattarsi
così facilmente a ciò che si detesta?
(Milan Kundera)



Nell’istante stesso in cui i suoi occhi si spalancarono per la 23725sima volta sul mondo dei vivi, il professor Leonard Vögelman si accorse che mancava qualcosa.
Quando si affacciò nell’armadio per appellarsi allo specchio nascosto nell’anta, l’odore di secoli di vestiti a giacca e spray antitarme gli si ficcò nelle nari facendolo sacramentare.
A prima vista non sembrava cambiato rispetto alla sera prima, quando – intorno alle undici, come al solito – s’era messo a letto sperando di svegliarsi nello stesso posto in cui si era addormentato.
Un secondo e più approfondito sguardo rivelò la presenza di un sentiero di minuscoli cardi, fioriti durante la notte sulle guance e intorno alla bocca. Primavera di barba a parte, non era cambiato nulla: la pelle pallida e cadente era ancora tenacemente attaccata alle ossa corrose dall’età; le dita delle mani sembravano sempre crudeli artigli di avvoltoio e i pochi capelli aggrappati alla testa continuavano a ricordare dei filamenti di stoppa incanutiti dal tempo. Tutto regolare, insomma, eppure qualcosa continuava a mancare: un pezzo, un incastro, un respiro di cellule.
Fuori dalla finestra, Praga somigliava all’incubo architettonico in cui era stata trasformata dai registi innamorati della Guerra. I palazzi del Josefov si impiccavano a un cielo protesto come uno scudo d’argento contro chi gli si volgeva in cerca di soccorso.
È proprio di Praga somigliare a certe malinconie a lunga conservazione, come quella che affliggeva Vögelman da quando il cuore di sua sorella aveva smesso di battere a causa di un infarto notturno. Essendo entrambi vedovi, farsi compagnia a vicenda era l’unico modo per attraversare la solitudine senza sparasi un colpo in testa o strapparsi le ovaie. Per questo il vuoto che aveva lasciato andava misurato non solo dal punto di vista geometrico, ma anche da quello materiale, perché era nell’economia della giornata che la sua assenza pesava di più.
Non era però la sorella l’origine della sua inquietudine. C’era qualcos’altro che mancava, che si era staccato dal suo corpo ingobbito e prosciugato di ogni vigore. Qualcosa che aveva a che fare con lo spirito, e che nessuno specchio avrebbe mai mostrato.

Squillò il telefono. All’altro capo della linea c’era suo fratello Jacob.
-          Auguri di buon compleanno, Leonard. Sono sessantacinque quest’anno, vero? 

Dublino


L'unica cosa che mi interessa è lo stile
(James Joyce)


Era davvero una buona giacca. Nera, di stoffa spessa, molto elegante. L’avevo comprata in un centro commerciale, ma questo non sminuiva affatto il suo valore: restava una buona giacca, la mia preferita, quella che conservavo per le occasioni importanti.
Nella valigia per Dublino non c’era. Fu mia madre a chiedermi di portarla: temeva che il giubbotto che indossavo di solito non fosse in grado di proteggermi dai fendenti del gelido vento irlandese.
Insieme, io e la mia giacca abbiamo incrociato la colorata umanità di Grafton Street,  attraversato il parco di St.Stephen’s sotto un insolito sole marzolino e bevuto Guinness guardando la città da una specie di astronave di vetro.
La penultima sera di viaggio – era da poco passata la mezzanotte, lo ricordo bene - io e i miei compagni ce ne stavamo seduti su una panca fuori al Temple Bar, indecisi se tornare in albergo o restare ancora un po’a goderci l’aria buona della sera. Fu allora che di là delle mura sentii risuonare degli accordi a me familiari.
With or without you.
Schizzai dentro trascinandomi appresso il mio migliore amico e mi unii al coro degli irlandesi ubriachi. Poggiai la giacca su un pomello e rimasi lì a sgolarmi per più di due ore, completamente rapito dal suono incrociato delle chitarre e dei violini.
A fine serata la giacca non c’era più. Aspettammo la chiusura per poterla cercare meglio, ma fu inutile: qualcuno per sbaglio se l’era infilata addosso ed era uscito da lì senza lasciarmi neanche il tempo di salutarla.
Quando fui di nuovo in albergo, con la camicia madida di sudore, la voce ridotta a un rantolo arrochito e nelle orecchie ancora la scia supersonica delle chitarre, avere una giacca mi sembrò l’ultima cosa di cui dovermi preoccupare.